64 Tafofobia
Avrò avuto 12 o 13 anni, ed è da allora che conosco (e molto bene!) il significato della parola “tafofobia”.
Un prete, insegnante e prefetto di disciplina nel Seminario, ci raccontò una volta il caso di un tale, il cui cadavere venne fatto esumare, non so più se per semplice trasferimento della salma in altro cimitero, o se per motivi giudiziari. I familiari e quanti altri assistettero alle operazioni restarono esterrefatti. Lo scheletro di una mano era incastrato nella bocca del morto fra mascella e mandibola serrate. I familiari ricordavano bene che il corpo era stato composto nella bara, come si usa, con le mani congiunte sul petto.
Certo quel prete, raccontando questo episodio a dei bambini, non si rendeva conto del guasto che stava facendo. Ma ben me ne resi conto io, che ossessionato dal pensiero di finire sottoterra non morto, ma solo addormentato, finii per perdere il sonno e l’appetito. Finchè, messo alle strette, non rivelai i miei incubi e i miei terrori notturni allo stesso prete, che con molta pazienza, riuscì in qualche modo, se non a risanare lo strappo, almeno a metterci una pezza. Poi l’ età e il raziocinio aggiustarono per bene le cose.
17 settembre 2001