20 La morte prematura
Si resta sempre sgomenti quando la morte colpisce un bambino o una persona ancora giovane e valida. A cosa attribuire lo sgomento? Se si tratta di un familiare, di un amico o comunque di una persona cara, è chiaro, resta colpita la sfera affettiva; è come se sia andata perduta una parte di noi stessi. Ma quando si tratta di un estraneo? Forse perché, se non dichiaratamente, almeno nel subconscio aleggia il pensiero: “Toh, sarebbe potuto toccare a me!” In quelle circostanze, il pensiero non riesce a svincolarsi dalla “materialità” che il defunto ha lasciato: se si tratta di un bambino o di un adolescente, si pensa immancabilmente alle gioie della vita che non ha potuto conoscere (e non ai dolori, ai drammi, agli indicibili patimenti che la vita gli avrebbe potuto riservare e che invece gli sono stati risparmiati). Se si tratta di un adulto nel pieno delle forze e delle umane attività, si pensa o ci si rammarica del sostegno che è venuto a mancare ai familiari o comunque al beneficio che dall’opera del defunto sarebbe derivato alla società. Tutti sentimenti e ragionamenti validissimi, che però non ci danno alcun aiuto per penetrare almeno in parte il profondo mistero della morte; anzi, ci lasciano a volte in preda, quasi, a un senso di impotente ribellione, di frustro rancore contro la sovrannaturale Potenza che decide a suo piacimento della vita e delle morte di ogni essere.
L’atteggiamento del credente, di fronte alla morte, dovrebbe essere diverso. Certamente, all’inizio sembrano prevalere, come ho detto più sopra, i sentimenti riconducibili alla “materialità” dell’evento. Ma con la riflessione, si può in breve superare lo scoramento, la disperazione. In primo luogo ricordandoci, come dice la Scrittura, che quanto il cielo sovrasta la terra, così il pensiero di Dio sovrasta il pensiero dell’uomo, i Suoi disegni sovrastano i nostri disegni. In secondo luogo, non bisognerebbe mai perdere di vista il fatto che l’uomo (e tutti gli esseri viventi), per quanto riguarda la “materialità”, sono inseriti in un contesto “cosmico” dal quale, volere o no, non si può prescindere. Vista in quest’ottica, anche la vita più lunga è ben misera cosa. Ma il più grande conforto, per il credente, è la consapevolezza che il Padrone della vita, cioè Dio, che è il Bene infinito, non può volere il male, per nessuno. Quindi, anche quando richiama da questa vita un bambino, una giovane madre di famiglia, un uomo nel pieno del suo vigore, lo fa in attuazione di un Suo progetto che a noi non è dato di conoscere, né di capire, ma sicuramente favorevole per l’anima richiamata.
Certo, ci vuole un grande allenamento, una seria e costante preparazione spirituale per gettarsi fiduciosamente e totalmente nelle mani di Dio, quando ci colpisse da vicino un evento - come si dice - nefasto. Altrimenti, tutti i ragionamenti… “cosmici”, le statistiche, ecc. non saranno che arzigogoli che non alleviano affatto il senso di sgomento e di disperazione, che a mala pena solo il tempo potrà lenire.
…egli (l’uomo), che da poco è nato dalla terra e ritornerà dopo poco a quella terra donde fu tratto, quando gli sarà ridomandata l’anima che ha in prestito…
(Sap, 15 / 8).
16 gennaio 2000