59 I derelitti
Et exaltavit humiles.
Nel mondo ci sono numerosissime persone che trascorrono la vita nella più assoluta ignoranza di Dio; ignoranza non voluta, ma determinata dall’ambiente sociale, dalle concezioni filosofico-politiche dominanti e quindi responsabili della generale educazione, formazione ed istruzione dei cittadini. Si tratta di una grossa parte dell’umanità. Ma non è di questo che voglio parlare, anche se talvolta mi sorprendo a pensare quali possano essere, in materia, i pensieri di un vecchio pastore della Mongolia, o di un contadino della Cina Centrale, o di un cacciatore siberiano. Al cospetto della morte (e la vita, ogni giorno, ci pone tutti, in mille modi, di fronte alla morte), quali saranno i loro pensieri? Quali le loro aspettative? Penseranno forse che il loro destino non differisca di molto da quello della capra che hanno appena sgozzato, o da quello degli animali travolti dalla piena del fiume, o da quello delle volpi abbattute?
Senza andare tanto lontano, volevo qui ricordare che facevo simili considerazioni, da ragazzo, anche nell’ambito del nostro piccolo paese, dove non mancavano famiglie che, per l’estrema miseria, vivevano all’incirca come le bestie. Ricordo in particolare la famiglia di un contadino, con uno stuolo di figli, grandi e piccoli, e niente lavoro; unico cespite, la vendita di qualche fascio di legna, raccolta nel monte e portata a spalle giù al paese. Ricordo ancora il più piccolo dei figli, Giorgio, allora di quattro o cinque anni. Si era, per così dire, insediato in casa nostra, perché mamma non gli faceva mai mancare un piatto di minestra o una ciotola di latte. Ma ogni sera, all’imbrunire, sgattaiolava via per tornare a casa. A casa? Io ho visto dove abitava, ma quella non poteva chiamarsi casa: era una specie di tana, un affossamento nel terreno, circondato da un muro a secco, il tutto malamente riparato da una tettoia in parte di lamiera ondulata, in parte di frasche. Dunque, all’imbrunire, Giorgio, come un leprotto, doveva tornare alla tana. Se gli si chiedeva: “Perchè tanta fretta?” rispondeva che doveva andare “a stèrri”. In campidanese, stèrri significa stendere, spargere. Poi scoprimmo cosa in effetti doveva andare a fare, ogni sera, il piccolo Giorgio coi suoi fratelli e i genitori: dovevano spargere sull’affossamento, costituente il loro unico vano, fino a riempirlo, tanta paglia contenuta in grandi sacconi. La paglia era il loro letto, il loro materasso, la loro coperta; e vi passavano la notte l’uno addossato all’altro, come animali nella tana. E ogni mattina, la paglia veniva nuovamente raccolta e insaccata.
È chiaro che famiglie così restavano quasi tagliate fuori dal vivere civile, senza alcuna istruzione né scolastica, né religiosa. Infatti, l’obbligo scolastico veniva disatteso perché i ragazzi, anziché a scuola, dovevano andare al monte a raccogliere legna, indispensabile per raggranellare qualche lira, o a rubacchiare qua e là i frutti di stagione. E sia per la mancata frequenza scolastica, sia per i furtarelli, nulla poteva l’autorità in quanto l’eventuale azione penale contro il capo famiglia, alla fine, si risolveva in un nulla di fatto (perché… nudus in via cantabit coram latrone). Quanto all’istruzione religiosa, basti dire che, per riceverla, bisognava andare in chiesa o a casa del parroco. Quindi, non se ne faceva niente. Come potevano infatti i poveri come Giorgio e famiglia, vestiti di stracci che a mala pena coprivano “le vergogne”, presentarsi al cospetto dei compaesani più fortunati, che magari avevano un vestito decente per la domenica e i giorni di festa, e mischiarsi maleodoranti alla gente che invece poteva lavarsi? Che figura avrebbero fatto al cospetto del Vescovo e dei Canonici con le cappe di ermellino e le fasce di seta rossa? Con quale coraggio avrebbero potuto esibire la loro indescrivibile miseria davanti ad un altare sfavillante di luci, di candelabri e vasellame d’argento massiccio? E se li avessero scacciati come bestie immonde?
Volevo solo notare, raccontando questo piccolo ricordo, che in simili situazioni l’ignoranza di Dio non può pregiudicare la salvezza; anzi, proprio i derelitti saranno i meglio ricompensati.
1 agosto 2001