87  La ricerca

Briciole

La piazza era proprio quella, non c’era da sbagliare: la chiesa, il campanile, il sagrato, tutto come allora. Ma voltando le spalle alla chiesa, non riconosceva nulla di ciò che vedeva: sparita la bettola di Tiu Meligheddu, sparito il vicolo cieco (su Biccu ’e don Felis) dove gli avvinazzati andavano a orinare tra una bevuta e l’altra, e non era nemmeno tanto sicuro che la via principale che si dipartiva dalla piazza fosse la strada che lui stava cercando, quella che in dialetto chiamavano Carrela Longa. Meglio chiedere a qualcuno. Trascurò volutamente un gruppetto di ragazzi schiamazzanti, che magari per gioco gli avrebbero potuto dare indicazioni false. Si avviò lentamente lungo quella via e quando incontrò due uomini abbastanza attempati, chiese:

“È questa, quella che una volta si chiamava Carrela Longa?”
Uno dei due rispose:
“Noi vecchi la chiamiamo ancora così, ed è proprio questa. Se non sono indiscreto, chi sta cercando?”
“Oh, nessun segreto” - rispose con un sorriso - “Sto cercando… un bambino; un bambino che si è smarrito una settantina d’anni fa…”

I due lo guardarono con occhi spalancati. Dissero semplicemente: “Ah!…” e proseguirono per la loro strada. Fatti pochi passi, sentì uno dei due che diceva all’altro: “Abbesu meu, e’ maccu.” (= Secondo me, è matto.)

No, non era matto. In quella via c’era scritto un brano della sua vita, ma tanto lontano, ormai, e nebuloso; e cercava affannosamente una casa, una finestra, una pietra, qualcosa insomma che suscitasse in lui, in maniera più vivida, quelle sensazioni vaghe eppure così struggenti, che l’avevano spinto alla strana ricerca.

1 luglio 2002