33 Dell’aldilà - 2
Non è perché ormai sono tanto avanti negli anni, che mi soffermo spesso a meditare su questo tema; l’argomento mi ha sempre affascinato, fin da quand’ero un ragazzetto di undici anni. Il ricordo è preciso, perché legato a questi determinati fatti. Ormai finite le elementari, i miei genitori, intenzionati a farmi frequentare il ginnasio nel locale Seminario vescovile in vista di un futuro corso di studi superiore, anziché la scadente Scuola d’Avviamento (pubblica) che non lasciava alcuna prospettiva, fin dall’estate del 1937 mi mandarono per qualche mese ad un ciclo di lezioni propedeutiche tenute dal un vecchio Canonico del Capitolo. A queste lezioni andavamo un gruppetto di cinque o sei ragazzi.
Il Canonico era una persona coltissima. Le sue lezioni non seguivano un vero e proprio metodo didattico, con libri di testo o altro; al massimo, ogni tanto ci dava qualche tema da svolgere. Il suo scopo era quello di aprirci la mente e di invogliare la nostra naturale sete d’apprendimento su temi ben più interessanti di quelli che avevano caratterizzato i cinque anni delle elementari fasciste. Infatti, il nostro “bagaglio culturale” era quello trasmessoci dai testi scolastici (della serie “Libro e moschetto - Balilla perfetto”), e dal Corso di Istruzione per il conseguimento del grado di Capo-squadra dei Balilla moschettieri (materie: Ordinamento del Regio Esercito e della M.V.S.N., Armamenti in generale, Fucile ’91 in particolare, Tattica, Attitudine al comando). Egli intavolava con noi dei veri e propri dibattiti sugli argomenti più vari, non solo per sondare quanto avessimo assimilato nella scuola, nella famiglia e nelle lezioni di catechismo, ma soprattutto al fine di stimolare il nostro senso critico, di osservazione, di analisi e di sintesi.
Un giorno il discorso cadde sull’aldilà, cioè sul destino dell’anima dopo la morte. Le cognizioni di noi ragazzi, in materia, erano quelle apprese dal catechismo, e cioè che alla morte di ogni essere umano, l’anima subisce, al cospetto di Dio, un primo immediato giudizio e viene destinata o all’inferno, o al purgatorio o al paradiso, a seconda che la morte abbia colto l’individuo o in stato di peccato mortale, o in stato di colpe lievi, o senza alcuna colpa. Nelle nostre menti infantili erano vivide e terrificanti le immagini dell’iconografia tradizionale dell’inferno, coi dannati (col corpo “vivo”) in mezzo alle fiamme inestinguibili nelle quali venivano continuamente ricacciati con tridenti infocati dai demoni, neri, cornuti e con la coda a punta di freccia. Né stavano meglio, quanto a fuoco e tormenti, quelli destinati al purgatorio, salvo che lì non c’erano i demoni. Più sfocata o del tutto imprecisata era nelle nostre menti di ragazzini la concezione dei beati nel paradiso, talvolta raffigurati come corpi alati, in lunghe tuniche bianche, galleggianti su cumuli di nubi bianche, lo sguardo estatico rivolto all’alto.
Fu uno di noi a porre le domande: “Ma dov’è esattamente il paradiso? È oltre le stelle? E quanto è grande?” Evidentemente, la localizzazione dell’inferno era fuori discussione: tutti sapevamo infatti (o credevamo di sapere) che l’inferno è sotto terra, in un’immensa fucina dove arde il fuoco eterno. Anche il purgatorio lo immaginavamo sottoterra, sebbene a un livello diverso da quello dell’inferno.
Prima di rispondere, il vecchio prete ci guardò a lungo con volto serio, quasi incerto se fosse il caso o meno di dare una risposta. Infine disse: “Certo, ora non capirete quanto sto per dirvi; da grandi, leggendo e studiando molto, capirete. L’inferno, il purgatorio e il paradiso non sono in nessun posto. Esistono, ma non si trovano in nessun posto. Per farvene un’idea, potete pensare che tutto l’inferno con tutti i dannati, tutto il purgatorio con tutte le anime in pena e tutto il paradiso con tutti gli angeli e i santi, possono stare benissimo sulla punta di un ago.”
Restammo di sasso, quasi increduli, anche se la rivelazione proveniva da una persona così autorevolmente credibile e seria. Non riuscivamo a capacitarci della cosa. Ma come? Da sempre sapevamo che le anime dei morti “vanno” o all’inferno, a al purgatorio o al paradiso; quindi “vanno in qualche posto”. Ora ci veniva rivelato che le anime “vanno in un posto, che non esiste come posto”. L’evidente contraddizione in termini, da noi percepita quasi a livello inconscio, ci sconvolse, ed il Canonico cercò subito di rassicurarci, spiegandoci con molta calma che i regni dell’aldilà non sono entità territoriali, geografiche, come i reami della Terra, e nemmeno astrali; bensì “stati di essere”, o “situazioni intime, spirituali” in cui ciascun’anima viene a trovarsi dopo la morte corporale. Infine, ci ripetè che per il momento ci potevano bastare le nozioni del catechismo; poi, da grandi, avremmo sicuramente avuto modo di studiare più ampiamente l’argomento.
Certo, crescendo ho letto e studiato, almeno per sommi capi, le più importanti concezioni filosofiche, non tanto sull’aldilà, quanto sulla natura dell’anima, da Platone ad Aristotele, da S. Tommaso a Kant ecc. Tuttavia, il mio pensiero sull’anima non è affatto complicato come le teorie dei personaggi citati. Sono profondamente convinto che l’anima non viene trasmessa al corpo, coi cromosomi, dai genitori (ne parlerò più avanti in un altro capitolo); essa è creata da Dio, individualmente per ogni essere. L’anima inoltre è immateriale, quindi non è nemmeno lo “pneuma” (nell’accezione greca, cioè alito, fiato, o vento) perché anche lo pneuma, di qualunque natura sia, è fisicamente analizzabile. L’anima quindi è, sic et simpliciter, emanazione puramente spirituale (nel senso di “immateriale” ) del Creatore, costituente il principio vitale del corpo. Essa, cioè, dà vita a tutto il corpo fin nelle più infinitesime particelle, ma non si compenetra nella materialità del corpo stesso. Per cui l’anima non può essere trascinata, coinvolta nella morte fisica dell’individuo, proprio perché priva di qualunque fisicità; e d’altro canto, è intuitivo che non possa nemmeno rimanere così, abbandonata e inerte, allorché il corpo passa, dalla vita, allo stadio della decomposizione biologica.
A questo punto occorre fare un’altra considerazione. Per definizione, l’anima è il “principio vitale” dell’individuo; il che vuol dire che anche l’anima è suscettibile di una sua crescita, quasi parallela a quella materiale, corporea dell’individuo stesso, crescita resa possibile dall’esperienza, dallo studio e, in una parola, dalle diverse situazioni in cui ogni individuo viene a trovarsi nel corso della propria vita. Per cui i due accrescimenti (corporeo e psichico) possono ritenersi in qualche modo l’uno complementare dell’altro. E così, sintetizzando, un bambino avrà l’anima ispiratrice di pensieri da bambino; un adulto avrà l’anima più completa, con pensieri e sentimenti da adulto; un vecchio avrà l’anima anch’essa in qualche modo invecchiata, magari stanca di tutte le traversie e dolori della vita, e forse anche anelante al ritorno alla sua origine.
Ma la morte, cioè il distacco dell’anima dal corpo, come avviene? È qualcosa di repentino, come quando si spegne una lampadina azionando l’interruttore, oppure l’anima si ritrae gradatamente dalle singole cellule dell’organismo a mano a mano che queste, per la débacle fisica, non sono più in grado di assolvere le proprie funzioni? E alla fine, che succede?
Aveva ragione il vecchio Canonico, con la storia del “non posto” o della punta dell’ago. L’anima non va in nessun posto, per il semplice motivo che, appena cessata la sua funzione vitale, si ritrova automaticamente “reintegrata nella situazione originaria”. Posso aggiungere (ragionando da credente) che questa reintegrazione non si deve intendere come “annegamento”, “dissolvimento” nel Pensiero di Dio da cui ebbe origine: no. L’anima mantiene necessariamente la propria identità, individualità, che la distingue da tutte le altre anime, anche perché individuale è la sentenza e individuale è il premio od il castigo del divino giudizio.
E l’inferno, il purgatorio ed il paradiso altro non sono che i tre diversi stati in cui verranno a trovarsi le anime alla fine della vita terrena, per effetto dei loro demeriti o dei loro meriti. L’inferno è la cocente consapevolezza del bene infinito che si è perso, irrevocabilmente, per l’eternità; il purgatorio è la stessa consapevolezza del bene perduto, temperata però dalla certezza che la sentenza sarà revocata; il paradiso è la visione di Dio “come Egli è”, per l’eternità.