61  È morto Superman!

Pensieri

…Ma non è possibile! Ma proprio lui! E così giovanile! E così sano e forte! Lui, che aveva deciso di vivere chissà quanto, avvalendosi, all’occorrenza, dei migliori presidi sanitari, senza badare a spese, chè le risorse finanziarie gli permettevano di nuotare nel benessere…

Ah, quella maledetta pustolina! Si, è vero, l’aveva trascurata: gli pareva che potesse sopraffarla, cancellarla, espellerla dal proprio epitelio con un semplice moto della volontà, tanto era insignificante. E invece quella “cosa” si era abbarbicata in profondità, come se avesse velocemente invaso, con una miriade di radici e di barbe, tessuti e apparati vitali, tanto che quasi all’improvviso lui si sentì proditoriamente aggredito da un nemico invisibile e perciò ancor più temibile. Gli stessi medici, riuniti a consulto, annaspavano interdetti fra analisi, controanalisi, verifiche, medicamenti, antidoti; per dovere poi ammettere, con l’animo avvilito, che tutta la loro scienza usciva sconfitta dalla vicenda. Morì, si può dire, fra le loro mani…


Ho avuto modo di parlare dell’evento con uno dei medici suddetti, che conosco e mi conosce da almeno quarant’anni. Senza entrare nel merito delle circostanze inerenti la sua professione, mi ha detto di essere rimasto sconcertato, non per la morte in sé - che per un medico resta sempre un fatto naturale, l’esito della cessazione delle funzioni vitali in un organismo vivente - bensì per ciò che gli era sembrato di leggere nello sguardo del morente. Mi ha detto che, in genere, chi sta morendo non ha più nulla da “trasmettere” a chi eventualmente gli sta attorno, talmente tutte le sue facoltà intellettive e forze residue sono impegnate nell’impari lotta; se qualcosa traspare dal suo sguardo, altro non è che sofferenza, forse timore dell’imminente evento misterioso, forse rassegnazione. Ma nello sguardo di “Superman” - mi ha detto - c’era dell’altro: qualcosa di terribile, come un urlo inespresso di ribellione o di bestemmia.

“Lei lo conosceva bene. Dicono che fosse un tipo un po’ strano…”

“Si - risposi - lo conoscevo bene; ho anche lavorato con lui, per un certo tempo. Ma non era più strano di tanti altri.”

Non potevo raccontare al dottore la storia della cernia arpionata. Ma quanto lui mi ha detto sull’urlo inespresso mi ha lasciato dentro un fastidioso pensiero, del quale non potrò liberarmi se non parlandone, forse.


Dunque, caro Superman, hai tenuto duro fino alla fine. Tu ormai sai tutto; a me non resta altro che fare qualche congettura. Andiamo con ordine. (Già questa espressione è propria di noi vivi: noi dobbiamo mettere le cose in fila, graduarle, valutarle; i pensieri si riducono ad una serie di parole messe nel giusto ordine una dopo l’altra, fino a materializzare il concetto che si vuole esprimere. E le nostre azioni sono regolate nel tempo: il tempo è il nostro padrone. Consciamente o inconsciamente, abbiamo sempre l’occhio o all’orologio o al calendario, o all’altezza del sole o all’incombere della notte.) Ma congetturando sul tuo attuale stato, non ha senso andare con ordine. Io so che il tuo “altro di te”, ossia la tua parte spirituale, quella che tu hai sempre affermato dovesse cessare di esistere assieme al tuo corpo, tuo malgrado ti è sopravvissuta, ed è intuitivo che abbia conservato la sua peculiare prerogativa: il pensiero. Pensiero allo stato puro, che non ha, cioè, bisogno di esprimersi, di mettere parole una in fila all’altra. Anzi, nel tuo stato attuale non esistono più le parole: non esiste più la lingua per pronunciarle, né l’aria per propagarle, né la mano, la penna e la carta per scriverle, né orecchi per sentirle, né occhi per leggerle. Ma forse la tua “anima-pensiero” ha da dire qualcosa a Colui da cui è promanata (adesso, l’hai scoperto!). E cosa potrebbe dire a chi sa già tutto? A Colui che sa che proprio tu, tu con la tua anima, quand’eri vivo sulla terra, hai volontariamente negato la Sua esistenza e abbracciato il convincimento che il tuo spirito, il tuo raziocinio non da Lui abbia avuto origine, ma dalla materia inerte? E che pertanto anche lo spirito avrebbe seguito la sorte della materia?

Posso anche congetturare che ormai il tuo essere-pensiero sia immobilizzato nella constatazione che, in conseguenza di quella scelta, si (ti) ritrovi ora escluso, tagliato fuori dalle promesse del Creatore (oh, quante volte sentite e quante volte da te messe in burletta!) Ora sai che Lui è la Luce Santa promessa ad Abramo e alla sua discendenza, ma tu quella Luce non puoi vederla; tu sei un’anima-pensiero immersa nella caligine più tenebrosa (misere parole umane per esprimere l’inesprimibile assenza di quella Luce), nella quale hai volutamente scelto di essere, dal momento che ne hai negato l’esistenza e non hai creduto alla promessa. E non potrai mai vederla, quella Luce, neanche di riflesso. E non potrai nemmeno sperare che un giorno, dopo chissà quanto tempo, essa spunti anche per te; quel giorno non arriverà mai, perché il tempo ormai, per te, non esiste più… Ah, terribile scoperta! Ora hai la totale consapevolezza del concetto di eternità, da te sempre negato nella precedente esistenza! Che tremenda condanna, avere l’esatta percezione che ti era stato offerto un bene senza fine in cambio, si, di un giogo, ma di un giogo limitato nel gravame e nella durata…


No, non posso chiudere questo ricordo di te, caro Superman, con gli angosciosi pensieri di poc’anzi. No. Io debbo essere animato dalla speranza: la speranza che il dottore abbia interpretato male il lampo del tuo sguardo morente. Io non l’avrei interpretato allo stesso modo. Io avrei visto l’ultimo appello: SALVAMI! Quello che in definitiva Lui aspettava da te, Lui che “non vuole che alcuno perisca”. E questo, ovviamente, non lo dico per te, che non puoi sentirmi: lo dico per me stesso e per quelli che (e sono tanti), in un modo o nell’altro si atteggiano a superuomini, per ignoranza o per superbia.

16 agosto 2001