105 Il vento
Chissà perché, da un po’ di tempo sto rimuginando il pensiero, quasi la necessità, di parlare del vento. Forse perché questo fenomeno naturale è profondamente ancorato alla mia psiche fin da quando ero bambino, e ogni tanto, spontaneamente, affiorano alla memoria vaghi ricordi di situazioni vissute nel vento, quasi reminiscenze di brandelli di sogni.
Molto spesso, infatti, la nostalgia dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza è associata alle sensazioni che provavo allora, suscitate soprattutto da voci, suoni, aromi, luci, ombre, colori. Ricorrenti e difficili da raccontare sono quelle che provavo ogniqualvolta, d’estate, salivo da Ales ad “Acqua Frida”, nel Monte Arci. Al culmine della ripida salita, dove la carrareccia sfociava in un ampio falsopiano, tutto ricoperto di cisti e lentischi, delimitato a Nord-Ovest dalla barriera rocciosa di “Conch’e Margini”, mi sentivo di colpo immerso in un mare di vento e di intensi profumi che mi inebriavano. Di tutte le sensazioni ho un netto ricordo: dal piacere di avere finalmente superato la faticosa salita, al pensiero della meta ormai vicina; dal ristoro dell’aria purissima al profumo dei cisti e dei lentischi. Ma il ricordo che ancora quasi mi commuove è quello del vento, d’intensità moderata, costante come una fiumana, che non ti si opponeva a respingerti, ma ti accoglieva e ti avvolgeva in una piacevole frescura, tanto gradita e riposante quanto arduo e pesante era stato il cammino già percorso.
Un altro sito (nell’ambito del M. Arci), dove talvolta andavo in compagnia dell’indimenticabile e amatissimo Ziu Mundeddu, era “Sa Trébina” (quota: 800 m.), da dove lo sguardo spaziava, come da un aereo, sul vasto Campidano di Oristano e sul mare, che appariva come un grande muro blu lungo l’orizzonte. La mia fantasia di ragazzo, però, andava oltre quel muro, e quasi mi sembrava di scorgere le Baleari.
A Sa Trebina il vento non manca mai. Ora in quel sito è stata impiantata una batteria di generatori eolici, su una zona più volte percorsa dal fuoco. Quando vi andavo da ragazzo, il posto era intatto e selvaggio. Ricordo il maestrale teso, possente, che ci faceva lacrimare gli occhi e ci impediva di parlare. Ci accucciavamo sopra una roccia e stavamo qualche tempo a guardare il panorama e ad ascoltare i sibili incessanti del vento fra le rade sughere contorte, gli elci robusti e l’impenetrabile sottobosco di albatri, cisti e lentischi.
Infine, non posso tralasciare il ricordo di una gita, nella primavera del 1949, al Monte Arcuentu (una diecina di Km. a Nord di Montevecchio). In realtà, non si trattò di una gita. Allora facevo parte di una squadra di Pionieri Segnalatori nell’ambito dell’ERLAAS (l’Organizzazione per la lotta anti-anofelica). Perlustrando un versante della montagna, decidemmo di salire fino alla vetta, costituita da rocce imponenti a pareti a tratti verticali, un po’ per controllare eventuali grotte ed anfratti, possibili ricettacoli di zanzare adulte (da catturare), un po’ per la curiosità di vedere da vicino quelle rupi così caratteristiche, che viste da una certa angolazione richiamano alla mente la testa di Napoleone col cappello bicorne. Giungendo in prossimità della vetta, ci sembrò di essere capitati nel bel mezzo di una ridda infernale, e capimmo l’origine del toponimo: Arco del vento. Frammezzo le colossali rocce, scavate e scolpite dalla natura, si stava combattendo un’orrida battaglia fra venti di direzioni diverse. Scontrandosi negli anfratti, nelle fessure, nei passaggi i venti generavano un frastuono di sibili, ululi, grida, richiami, come di voci umane in un immane naufragio.
25 ottobre 2003