48 Trapianti
L’argomento dei trapianti di organi nell’uomo, ai nostri giorni, è sempre di attualità, e nell’opinione pubblica sembra che i favorevoli prevalgano sui contrari. Ho l’impressione, peraltro, che molte tessere per la dichiarazione di volontà sulla donazione, distribuite dal Ministero, rimarranno in bianco, in fondo a qualche cassetto, un po’ per la sfiducia che molti cittadini nutrono verso la Pubblica Sanità e un po’ per carenza d’informazione sulla legge istitutiva, a parere di molti truffaldina per la questione del cosiddetto “silenzio/assenso”.
Non conosco quale sia in merito l’orientamento della Chiesa, per cui ciò che dirò è solo quello che penso, senza alcun ‘adeguamento’.
Occorre fare una premessa: bisogna distinguere le donazioni di organi fatte volontariamente (senza alcun lucro) da una persona viva con prelievi dal proprio corpo (per esempio: un rene, parti di fegato, di pancreas, di midollo, etc.) e prelievi da cadavere autorizzati dai familiari del defunto. Sulla donazione “tra vivi” non c’è niente da dire, soltanto che è una cosa encomiabile; qualche considerazione occorre fare invece per i prelievi da cadavere. Innanzitutto bisogna tener conto che la persona defunta, se non ha dato disposizioni prima di morire, dal momento della morte ovviamente non ha più alcun potere, né può esprimere alcuna volontà sul corpo che ha lasciato: ciò che della persona sopravvive, e cioè l’anima, non ha più alcun legame con la materia, che pertanto resta totalmente abbandonata a se stessa; è un po’ come il bozzolo nei confronti della farfalla che ne è sgusciata via. Ciò però, almeno fino ai giorni nostri, non dà diritto a nessuno di ‘saccheggiare’ a suo piacimento la spoglia. È ammissibile, invece, che i familiari possano autorizzare il prelievo, dal parente defunto, delle parti che possono servire a salvare altre vite umane o a migliorare la qualità della vita di altre persone, anche se sconosciute; oltre alla gratitudine dei beneficiati, avranno la stima dei benpensanti e, stiano certi, non ci saranno recriminazioni da parte del morto. Né abbiano dubbi o tentennamenti i credenti, quelli cioè che per fede attendono la risurrezione dei corpi: dovunque vada a finire qualunque parte del nostro corpo, nessun atomo andrà disperso né perderà il proprio ‘marchio’, il ‘sigillo’ impressogli dal Creatore, in base al quale sarà ricomposta l’ ‘individualità’ della persona.
Ma facciamo il caso di una persona ancora fisicamente valida e sana, senza alcun parente, che venga a morte in un ospedale, per esempio a seguito di un incidente; come si comporteranno i medici, soprattutto se sollecitati dall’impellenza di reperire organi per salvare altri degenti in pericolo di vita? Penso che espianteranno dal malcapitato tutto l’espiantabile e faranno tutti i trapianti possibili (tanto, non ci sarà nessuno a protestare).
Ed ora facciamo un salto all’indietro nel tempo, e… a Sud-Ovest nello spazio.
Una quarantina di anni fa, un aereo di linea precipitò sulle Ande sudamericane, fra le nevi eterne, in un punto lontanissimo da qualunque centro abitato. Nell’incidente perirono quasi tutti, passeggeri ed equipaggio. I sopravvissuti furono una diecina, tutti feriti chi più o meno gravemente. Il posto era pressoché irraggiungibile; i soccorritori non sapevano nemmeno dove dirigersi, sia perché probabilmente non ci furono segnalazioni da parte del pilota, sia perché allora non esistevano (almeno da quelle parti) adeguati mezzi di ricerca. Il fatto è che i soccorritori giunsero sul luogo del disastro solo dopo circa un mese, ormai sicuri di trovare solo cadaveri, magari conservati intatti dal gelo. Con loro stupore, trovarono invece un gruppetto di persone non solo vive, ma anche in discrete condizioni fisiche. Non ci volle molto a capire come andarono le cose e d’altronde gli stessi interessati ammisero: per sopravvivere, si erano cibati dei compagni di viaggio deceduti. Ricordo che il fatto, allora, fece inorridire il mondo (e anche io inorridii); non ricordo se ci sia stato un epilogo giudiziario. A me interessa il fatto in sé da un punto di vista etico, ma considerato alla luce della morale corrente e messo in relazione alla pratica dei trapianti. Infatti, anche la morale si aggiorna, voglio dire che cambia col tempo, col cambiare dei costumi, col progredire della scienza, per ragioni politiche. Cinquant’anni fa, chi osasse baciare una ragazza in pubblico veniva perseguito penalmente, come penalmente veniva punita la donna che esibisse in pubblico il seno nudo (ovviamente, non le mamme o le balie che allattassero il bambino). Oggi tutti vediamo cosa avviene in pieno giorno nelle nostre strade o nelle spiagge; per non parlare degli spettacoli e della televisione. Ho fatto soltanto due piccolissimi e banalissimi esempi, ma sull’argomento si potrebbe scrivere un trattato, anche limitando l’analisi agli ultimi cinquant’anni.
Ma torniamo agli antropofagi… andini. Il fatto, verosimilmente, deve essere avvenuto dopo chissà quante discussioni, e la decisione deve essere stata terribilmente sofferta. Penso che in definitiva debba essere stata determinante la considerazione che i corpi delle persone decedute, prima o poi, sarebbero stati dilaniati e divorati dagli avvoltoi e dai lupi, e che la stessa fine sarebbe toccata anche ai sopravvissuti, se non si fossero mantenuti in condizioni fisiche tali da potersi difendere dalle bestie, oltre che dal freddo. Si trovavano, quindi, in stato di vitale necessità, imprigionati in un posto da cui non potevano muoversi senza rompersi il collo, senza alcuna possibilità di contatto col mondo. Dunque, se non avessero preso quella estrema decisione, non sarebbero sopravvissuti. D’accordo: non sono stati degli eroi, però hanno avuto una scusante al loro orribile comportamento. D’accordo: il corpo di una persona deceduta, secondo la morale corrente e fin da epoche remotissime, in quasi ogni parte del mondo è (o dovrebbe essere) inviolabile; ma a dirla proprio crudamente, ciò che hanno fatto allora quelle disgraziatissime persone sulle Ande non è poi molto dissimile da quello che oggi si fa quotidianamente nelle cliniche e negli ospedali: loro hanno tolto a dei cadaveri alcune parti e le hanno trasferite nei propri corpi per salvarli da morte certa. Così come i chirurghi: tolgono delle parti a dei cadaveri e le trasferiscono in altri corpi per evitarne la morte. In fin dei conti, la sostanza è questa. Le due cose hanno in comune sia il mezzo che il fine da raggiungere; cambia soltanto il modo di impiego del mezzo. È facile riempirsi la bocca di paroloni spregiativi e di condanna nel primo caso e di lode ed esaltazione nel secondo; ma la sostanza è pressoché uguale nei due casi.
La conclusione? La pratica dei trapianti, un tempo impensabile dal punto di vista etico, è oggi universalmente accettata e anzi sollecitata dalle stesse istituzioni pubbliche. È il primo passo, ma prevedo che tra non molto il corpo morto sarà considerato alla stregua della classica res nullìus, anzi si arriverà addirittura ad una specie di “ammasso” degli organi espiantati dai cadaveri in forza di legge, volenti o nolenti i parenti del de cuius.
Il cannibalismo, invece, è sempre considerato come l’estrema crudeltà e ferocia dell’uomo. Dunque, i conti non tornano? È solo questione di tempo: se i sopravvissuti delle Ande, quarant’anni fa, sono stati condannati, forse lo sarebbero anche oggi, ma con molte attenuanti. Prevedo però che in un futuro non molto lontano, se avvenisse un caso analogo, i protagonisti probabilmente non verrebbero nemmeno incriminati; ma, ripeto, solo se le circostanze fossero state di estrema necessità. Certamente non verrebbe assolto, né oggi né fra cento anni, chi, come l’ex dittatore della Repubblica Centrafricana Jéan Bokassa, tenesse in ghiacciaia i corpi squartati dei nemici per mangiarne un pezzo ogni tanto. Penso comunque che l’uomo si stia avviando verso un’era di imbarbarimento… scientifico.
29 ottobre 2000