51 Il camminatore
Camminare, per lui, era come una necessità irrefrenabile. Andare, andare, andare. Senza una meta, ma sempre avanti. Se la strada o il sentiero si biforcava, d’istinto prendeva la via che lo portava più in alto, dove lo sguardo potesse spaziare, sempre alla ricerca di orizzonti nuovi, di nuove mete, di nuove sensazioni che in lui mille cose suscitavano: una roccia, un albero, il canto degli uccelli, l’odore della terra umida, i fiori, le bestie al pascolo, le casette sperdute nella campagna, il dolce mormorio delle sorgenti e dei ruscelli, i sussurri, i gemiti, i sibili del vento fra le sughere contorte e i fitti cespugli appiattiti, aggrappati alla terra. E le sensazioni che provava erano talmente intense, vibranti, che lui si sentiva quasi inebriato e parte egli stesso della natura che lo circondava e lo esaltava.
Il suo andare era così deciso, che chiunque l’avesse visto avrebbe detto che senz’altro lui aveva una meta precisa da raggiungere, un compito, un incarico da assolvere. Spesso, imbattendosi in qualche campagnolo, si sentiva domandare: “Chi cerchi?”, oppure: “Dove vai?” E lui invariabilmente rispondeva - ma senza fermarsi - che non cercava nessuno e che non andava in nessun posto. Lui non aveva chiacchiere da fare. Lui doveva camminare, e alla svelta.
Quando la strada si snodava in pianura e il panorama monotono non offriva spunti di divagazioni alla sua mente, doveva imporsi un ritmo di marcia moderatamente svelto, ma regolare, altrimenti dopo un poco si ritrovava involontariamente quasi a trotterellare. E così mentalmente scandiva: un-dué, un-dué, un-dué… tenendo il passo costante, come un orologio. A volte, per tenere impegnata la mente, cadenzava il passo ripetendo a memoria versi di note poesie o fischiettando brani musicali che ben s’accordassero col suo andare. Un giorno gli avvenne per caso (forse per una certa assonanza: un-dué, un-dué = eùn-do, eùn-do) di ricordare un verso latino, che lesse una volta in un saggio di Aldous Huxley: vires acquirit eundo (camminando riacquista le forze). Il ricordo gli fu di conforto: andare, camminare aveva dunque un senso, anche se lui non aveva storiche missioni da compiere. (Quel piccolo verso, infatti, era citato nel contesto della descrizione delle incredibili camminate di père Joseph, famosa “Eminenza Grigia” di Richelieu, attraverso l’Europa. Quelle si, che erano camminate coi fiocchi! Da Parigi a Madrid, a Roma, a Lione, e poi in Germania, e in Olanda…)
Era proprio vero: camminando non sentiva la stanchezza; non che la stanchezza non ci fosse, ma la sopportava benissimo; sentiva il pulsare regolare del cuore nelle carotidi e nelle tempie; il respiro giusto, non affannoso, nell’aria pura gli dava una perfetta ossigenazione, un senso di salute, di forza, di euforia. (Lui capiva benissimo come facesse père Joseph a macinare fino a sessanta chilometri al giorno, nelle condizioni ambientali e climatiche più disparate, vestito d’una grezza tunica e del saio francescano, coi piedi nudi nei sandali, d’estate e d’inverno, nei tratturi assolati e nei gelidi valichi alpini. La mente sempre impegnata in profondi pensieri, solo a tratti rivolti agli intricati problemi politici e strategici della patria al cui servizio si era votato, ma quasi sempre impegnati in estenuanti meditazioni ascetiche, che gli facevano perdere la nozione del tempo e delle distanze e dimenticare gli stimoli della fame, la stanchezza, il sonno).
Certo, i suoi pensieri non avevano niente in comune con quelli di padre Giuseppe, se non, forse, nella costante incantata ammirazione della natura, vista in ogni sua manifestazione come un’incessante pioggia di doni da parte del Creatore. E di questi doni lui era insaziabile fruitore, quasi che l’Altissimo li dispensasse solo per lui; ciò che spesso gli faceva dire: “Egli davvero mi ama!”
23 novembre 2000