11 L’angelo custode
Avevo allor sei anni e qualche mese.
Alla scuola quel dì dovetti andare
Tutto solo, dal monte giù al paese:
Frequentavo la prima elementare.
I fratelli più grandi erano a letto
Con la febbre, la tosse e male al petto.
Mia madre, dopo avermi imbacuccato,
Rifornito di pane e di frittelle,
Mi accompagnò attraverso un gran tancato
Fino al boschetto delle roverelle.
Mi fece tante raccomandazioni,
Oltre quella di dire le orazioni.
Ecco, dopo il boschetto, i verdi prati.
Allegro sgambettavo nel sentiero
Al margine di bruni campi arati,
Tutto giulivo, senza alcun pensiero.
Salta così talor fuori dal nido,
Ignaro, l’uccellin, del mondo infido.
Dopo il lungo sentiero in mezzo al bosco,
Giunto al cancello sulla provinciale,
Vedo venirmi incontro un tipo losco;
In lui notai qualcosa di speciale:
Legata al collo, gli pendea davanti
Una teca con dentro alcuni santi.
Ancor lontano, lo guardavo teso,
E mi spostassi a valle, oppure a monte,
Dopo un po’, quasi senza darvi peso,
Finiva col trovarsi a me di fronte.
A due passi da me aprì le antine
E mi invitò a baciar le sue statuine.
D’istinto ebbi la netta sensazione
Che stessi per cadere in un tranello.
Una voce, come un’invocazione,
Mi gridò trepidante nel cervello:
“Fuggi! Corri lontano! Via da qui!
Non ti devi fidar di quello lì!”
Come un fulmine allor scartai di lato
E mentre lui tentava di reagire,
Già correvo lontano a perdifiato,
Col cuor che mi batteva da impazzire.
Passata la paura, giunto a scuola,
Del fatto con nessun feci parola.
10 agosto 1999