113  Ricordi a sprazzi

Briciole

Ricordi a sprazzi (e correzioni e aggiunte da apportare).

Quantum potes tantum aude,
Quia maior omni laude,
Nec laudare sufficit.

Sit laus plena, sit sonora,
Sit iucunda, sit decora
Cordis iubilatio.

“Secretum meum mihi”. (= Il mio segreto appartiene a me) (S. Agostino)

Tute, Tite Tati, tibi tanta, tyranne, tulisti! (= Proprio tu, o Tito Tazio, di troppe cose ti sei appropriato, o tiranno!) - classico esempio di sinteticità del latino.

Nel cap. 38 dei Pensieri (Berta), ho citato in calce il termine animula usato da Papa Wojtyla a proposito dell’anima delle bestie. Oggi ho trovato, per caso, tale parola in un bellissimo epigramma in dimetri giambici, tramandato dagli storici come le ultime parole attribuite all’imperatore Adriano morente. Vale la pena trascriverlo (e tradurlo):

Animula vagula, blandula,
Hospes, comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula
Nec ut soles dabis iocos.

Animella vagolante, invitante,
ospite e compagna del corpo,
che adesso te ne andrai in giro
palliduccia, fredda, nuda
né, (contrariamente) al tuo solito,
ti metterai a fare scherzi.

8 agosto 2005


Avenula Gavinia.

Da ragazzo, osservavo sempre con curiosità e con grande attenzione ogni genere di insetti che mi capitassero sotto gli occhi. Sono tutti esseri meravigliosi.

Poco fa, appena trascritto l’epigramma di Adriano, sicuramente per una certa forza evocativa insita nelle rime e nelle assonanze, mi è balzato in mente, dai recessi della memoria, un piccolo e insignificante fatterello accadutomi tanti anni fa, quando risiedevo a Cagliari. Era un giorno festivo e gironzolavo nei pressi del Palazzo di Giustizia, che nel retro era ancora in costruzione, al limite di un terreno agricolo incolto proprio alle pendici di Monte Urpinu. Faceva tanto caldo e mi sedetti un po’ all’ombra di un ulivo. Tutt’ intorno erba secca, calpestata dalle tante persone che vi transitavano. Il mio sguardo fu ad un certo punto attratto da qualcosa che si muoveva sul terreno in un tratto grande non più di un palmo, libero dall’erba. La mia attenzione fu attratta da una cannuccia di fieno, non più lunga di due centimetri, del diametro di circa due millimetri, che si mosse di scatto sul terreno avanzando di qualche millimetro in senso longitudinale. Il fatto mi incuriosì, anche perché non c’era vento. Stetti quindi ad osservare la pagliuzza. Dopo tre o quattro secondi, ecco affacciarsi all’orlo del cavo un animaletto, che sporse dapprima due piccole antenne, poi piano piano mise fuori la testa piccola come una capocchia di spillo, con due occhietti microscopici che controllarono il terreno circostante. Poi la bestiola mise fuori un tratto del corpo con due paia di zampette; quindi, trattandosi evidentemente di un insetto, il terzo paio di zampette restava dentro il tubetto. Dopo qualche secondo, con scatto fulmineo l’animaletto scomparve dentro la pagliuzza; ma notai che non era stato lui a rientrare, bensì fu la pagliuzza a fare uno scatto in avanti quasi ingoiando l’insetto. Tutta la serie di operazioni (apparizione dell’animale, controllo del territorio e rientro con avanzamento del tubo) si ripetè non so quante volte, finchè nel giro di qualche minuto il “sistema” paglia-insetto aveva attraversato indenne il palmo di terreno libero e scomparve perfettamente mimetizzato nell’erba secca. Ricordo che per un attimo mi venne l’idea di catturare la bestiola per farla esaminare da qualche entomologo, ma subito lasciai cadere la cosa, non senza però averle dato un nome. Memore dei miei recenti studi liceali, la chiamai “Avenula Gavinia”.


“Agnostico è colui che non crede a nulla e pretende che gli altri credano a lui.”

(Alfred William Pollard - Bibliografo inglese)


Pregare è chiedere la pioggia;
Credere è uscire con l’ombrello.

Il 3 febbraio 2008, davanti alla basilica di Bonaria in Cagliari, presente una folla di diecine di migliaia di persone, è stata beatificata la Serva di Dio Suor Giuseppina Nicòli, deceduta e sepolta in Cagliari nel 1924.

Suor Giuseppina è notissima sia a Sassari che a Cagliari, avendo dedicato tutta la sua vita, come suora di S. Vincenzo, alla cura dei malati ed all’assistenza e ricupero dei ragazzi abbandonati ed orfani (i cosiddetti “piccioccheddus de crobi”). In questa sua opera, specie nel Sassarese, suor Giuseppina si avvalse anche della collaborazione di Padre Manzella, un frate notissimo per le sue doti carismatiche e taumaturgiche. Dai racconti che ne faceva mia madre, ricordo che Padre Manzella aveva dedicato la sua vita all’assistenza dei malati. Egli andava in giro per il Logudoro con un calessino; e appena si spargeva la voce del suo arrivo nei paesi, tutti coloro che avevano in famiglia un malato grave correvano a pregare il Padre perché desse una benedizione al malato.

Quando io avevo circa un anno di età (come sentii tante volte da mamma e da zia) mio padre si ammalò di paratifo. Fu subito gravissimo ed il medico aveva fatto capire che ci si doveva aspettare il peggio. Figuratevi in che stato era mia madre, che aveva già da accudire a tre figli.

Capitò allora in paese (Ploaghe) Padre Manzella, che venne informato dello stato di mio padre dalla gente. E venne a casa, entrò nella stanza dove mio padre era agonizzante. Io ero nella culla, vicino al letto. Padre Manzella si avvicinò al malato, gli pose una mano sulla fronte e si concentrò in una tacita preghiera. Dopo un po’, si avvicinò a mia madre, che se ne stava in lacrime in fondo alla stanza, e le disse testualmente: “Tranquilla. Maridu tou non moridi!” E accennando a me nella culla proseguì: “Ch’est s’angheleddu, inoghe!”1 E se ne andò, taciturno com’era entrato.

12 febbraio 2008


A proposito di Italo A. (vedi cap. Reduci dei “Pensieri”), oggi mi sono ricordato questo fatterello. Un giorno dell’estate 1946, mi trovavo per caso nel piazzale della Cattedrale (di Ales) con un certo Sandro D., anch’egli studente ( futuro Perito Agrario). Ed ecco giungere dalla scalinata il mio caro amico Italo, che appena ci vide si avvicinò e, tutto giulivo, ci invitò a bere qualcosa in un bar lì vicino. Dopo un po’ ci informò che si era fidanzato ufficialmente con Nerina M. e che presto si sarebbero sposati. Io gli feci subito gli auguri di circostanza, mentre Sandro, assunto un atteggiamento serioso, guardando Italo negli occhi, esclamò: “Italo, che la tua nave non conosca mai procella!” E ci restò un po’ male, perché sia io che Italo sbottammo in una sonora risata.

27 luglio 2008


Che strana coincidenza! Avevo appena finito di scrivere le righe di cui sopra, e ho acceso il televisore (RAI TRE) per vedere il TG nazionale e quello regionale. Una delle prime notizie di cronaca (della Sardegna) è stata quella della morte di Tigellio Manias, morto per un malore in mare. Tigellio, da giovane, era il gestore del bar dove andammo con Italo e con Sandro D. Lo conoscevo bene anche perché un suo fratello (Ottavio) è stato mio compagno di scuola alle elementari.

Riposa in pace, Tigellio!

27 luglio 2008


Uno dei “paradossi” di Karl Kraus (così come lo ricordo).
Era di notte e diluviava, quando Kraus, da dietro i vetri della finestra, vide avvicinarsi una macchina operatrice della nettezza urbana; per l’esattezza si trattava di una “scopatrice”, con le scope rotanti in funzione. Lo scrittore viennese non potè resistere alla assurdità, aprì la finestra e gridò all’operatore: “Mi spiega perché spazza la strada in una notte come questa?” E l’operatore, senza staccare lo sguardo dalle scope rotanti, gli rispose: “Perchè davanti a me c’è il mio collega con la macchina innaffiatrice!”

(Facciamo un passo indietro e immaginiamo i due operatori ecologici austriaci ancora nella rimessa, contrariati dalla proibitiva condizione del tempo. Uno di essi dice all’altro: “Forse è meglio che ce ne torniamo a casa.” E l’altro gli risponde: “Fossi matto! Non rinuncerò per nessun motivo allo straordinario notturno, cascasse il mondo!”
“Mi hai convinto!” concluse il primo.
Timbrarono il cartellino e iniziarono il loro turno di lavoro.)

20 agosto 2008


Mozart.

Mentre Elena frugava tra i vari canali della TV, ecco all’improvviso il dolcissimo 2o movimento del concerto in La magg. per clarinetto e orchestra. Ho implorato: “lascialo! Lascialo!”; ma lei, insensibile alle angeliche melodie mozartiane, staccò in cerca di altre attrazioni terrestri.

Però quelle poche note bastarono perché mi si affiorasse alla mente il ricordo di un fatterello raccontato dalla scrittrice Alba de Cespedes su Epoca di tanti anni fa. Mentre girovagava senza meta in una stradina di periferia in Milano, la sua attenzione fu attratta da un ragazzino, di otto - dieci anni, seduto sul gradino davanti alla porta di casa, e tutto concentrato quasi suonasse uno strumento, fischiettava il 2° movimento del concerto suddetto. La scrittrice restò stupefatta e si fermò ad ascoltare; il ragazzino non sbagliava una nota, né il tempo, ed era strana e commovente la passione che poneva nel fischiare.

Di questa musica, che conosco bene perché ho il disco (vinile) e una volta l’ho sentita in un concerto dato a Carbonia, nella chiesa di S. Ponziano, dall’Orchestra del Teatro Massimo di Cagliari, ho un ricordo bellissimo e indimenticabile. Negli anni 60-70 avevo l’abitudine, la domenica mattina, di buon’ora, di andarmene per le campagne, anche lontano da casa, in cerca di asparagi o di funghi, secondo le stagioni. Portavo sempre una radiolina per ascoltare un po’ di musica e qualche notiziario. Un giorno ebbi la fortuna di poter ascoltare il concerto per clarinetto, con un sottofondo particolare: soffiava il maestrale teso, costante, che fra la macchia di cisti e lentischi, fra le rocce di una collinetta e fra i cavi di un elettrodotto creava un suo concerto di sibili, quasi di voci lamentose che non so descrivere, ma che tengo ancora in me come un ricordo indimenticabile.

21 ottobre 2008


Quando conveniunt Domitilla, Sybilla, Drusilla
Sermones faciunt et ab hic, et ab hoc, et ab illa.

(Quando Domitilla, Sibilla e Drusilla si trovano insieme, traggono motivo di conversazione e da qui, e da questo, e da quella).

3 gennaio 2009


Ho parlato spesso degli strani scherzi che fa la memoria nei vecchi. Stamattina mi sono svegliato alle quattro, ripetendo mentalmente questa poesiola (in italiano scherzosamente aulico), che la maestra Giuseppina Carta ci fece mandare a memoria quando eravamo in 5a elementare:

Se nella verde etade alcun trascura
di lodato sapere ornar la mente,
quando è giunta per lui l’età matura,
d’aver perduto un sì gran ben si pente.
Cercalo allor, ma torna a mani vuote:
Potea, non volle; or che vorrìa, non puote.

3 gennaio 2009


I strove with none: for none was warth my strive.
Nature i loved and, next to Nature, Art.
I warmed both hands before the fire or life:
it sinks, and i’m ready to dipart.
2

(Landor)

17 maggio 2009


Promemoria.
Trovare negli “Annali” di Tacito la descrizione dei rapporti dell’imperatore Tiberio col figlio adottivo Germanico.

(Seu loqueretur iuvenis, seu taceret, crimen: ex silentio, ex voce.)

19 febbraio 2010


  1. Tranquilla. Tuo marito non muore. C’è l’angioletto, qui.↩︎

  2. Questi versi di Walter Savage Landor (forse trascritti non correttamente), li ho letti nel 1952, quando lavoravo a Cagliari, riportati nel romanzo LA GRANDE PIOGGIA di Louis Bromfield. Li ho ricordati improvvisamente oggi: scherzi della memoria.↩︎