101  Alcuni pensieri sulla Bibbia

Pensieri

Nel Cap. 95 davo qualche flash sui primi pensieri che mi venivano in mente a seguito della lettura della Bibbia e, fra l’altro, definivo la lettura stessa a tratti sconvolgente. Mi risulta che moltissime persone, incolte e impreparate come me, abbiano avuto, a caldo, le stesse mie sensazioni. Ma penso che anche i teologi e gli esegeti, talora, siano rimasti scossi e titubanti. Sono poi tantissimi i punti, nell’Antico Testamento, che ci fanno pensare ad un Dio molto diverso da quello che ci viene manifestato da Gesù nel Nuovo Testamento. Però, pur non avendone conoscenza diretta, posso senz’altro immaginare che esistano migliaia di libri esplicativi, di teologi e di esegeti, che abbiano in tutti i tempi trattato (e chiarito) la questione. Quindi a questo punto, ben consapevole della mia pochezza, dovrei tenermi il mio sconvolgimento e spegnere il computer. Ma così non avrei risolto nulla e la lettura, che pure qualche fatica mi è costata, non avrebbe prodotto alcun frutto.

Devo pertanto cercare di capire da me, magari rileggendo qualche brano.

101.1 Il caso “Mosè”.

Mi resta oscura ed eccessiva la punizione data da Dio al suo grandissimo profeta Mosè: quella di non fargli varcare l’accesso alla Terra Promessa. Anche gli esegeti non hanno saputo fare chiarezza su questo punto. Nel testo biblico dei Numeri (Cap. 20), l’unico neo riscontrabile nella condotta di Mosè, dopo il passaggio del Mar Rosso, è quello della sua quasi impercettibile esitazione nell’eseguire il comando di Dio per salvare il suo Popolo dalla sete, nel deserto. Dio dice a Mosè di battere col bastone contro una roccia: ne sarebbe scaturita una sorgente d’acqua sufficiente per tutte le esigenze del popolo (sette, ottocentomila uomini) e delle mandrie e greggi del bestiame. Mosè picchiò col bastone il masso una volta, poi una seconda volta.

È commovente la descrizione, nel Deuteronomio, della morte di Mosè, ed è umanamente incomprensibile, sconvolgente, l’operato del Signore. Leggiamo nel Cap. 34, vv. 1 - 5:

Salì dunque Mosè dalla pianura di Moab sul monte Nebo, sino alla vetta di Fasga, di contro a Gerico. Ed il Signore gli fece vedere tutta la terra di Galaad sino a Dan, tutto Neftali, la terra di Efraim e di Manasse, e tutta la terra di Giuda sino al mare estremo, la regione meridionale e tutta la distesa della campagna di Gerico, che è la città detta delle palme, sino a Segor. Ed il Signore gli disse: “Questa è la terra per la quale io feci giuramento ad Abramo, Isacco e Giacobbe dicendo: - La darò alla vostra discendenza. - Ecco, tu l’hai vista coi tuoi occhi, ma non v’entrerai”.
Ivi dunque, nel paese di Moab, per ordine del Signore, morì Mosè, il servo del Signore…

Il fatto che nella Bibbia non vi sia traccia di alcuna motivazione, non esclude che il Signore abbia avuto le Sue buone ragioni, note a Lui solo, per impedire a Mosè di mettere piede nella Terra Promessa. Come diciamo noi logudoresi, Lui è “Su Soberanu”, Colui che allo stesso Mosè ebbe a dire: “Userò misericordia a chi uso misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione”; ossia, Egli è tenero con chi vuole, e con chi vuole si indura, e nessuno può obiettare alcunché. Dice S. Paolo (Rom, 9 - 20):
“O uomo, e chi sei tu che vieni a disputa con Dio? Non mica dirà il vaso al vasaio: - Perché mi hai fatto così?-”

101.2 La Terra Promessa.

Un altro punto che fra tutti, all’impronto, mi sconcerta è questo: perché il Signore ha promesso al Popolo eletto (Israele) la Terra di Canaan, dove scorreva latte e miele? La terra di Canaan non era disabitata; quindi il Signore, per darla ad Israele, ha dovuto estromettere o sopprimere le genti che l’abitavano. Ma anche queste genti erano sue creature; e allora, dov’è la giustizia di Dio?

Ancora una volta, la risposta posso trovarla nella stessa Bibbia: nel Libro della Sapienza, nei Salmi, in San Paolo, nell’Ecclesiastico. Per capire, bisogna partire dall’inizio, dal libero arbitrio dato da Dio all’uomo. Il libero arbitrio, però, non deve intendersi come “carta bianca”, ossia come libertà illimitata nell’agire dell’uomo. Leggiamo infatti nell’Ecclesiastico:

Iddio da principio creò l’uomo, e lo lasciò in mano del suo arbitrio. Aggiunse però i suoi comandamenti e i suoi precetti. Se tu vorrai, osserverai i suoi comandamenti e il serbare fedeltà dipende dal tuo beneplacito. Ti ha messo davanti l’acqua e il fuoco: a quel che tu vuoi, stendi la mano. Di faccia all’uomo son la vita e la morte, il bene e il male: ciò che gli piacerà gli sarà dato.
(Ecli, 15 - 14, ss.).

Ma Iddio non vuole “una turba di figlioli infedeli e inutili” e distoglie il suo sguardo dagli empi e dai peccatori. Quindi questi sono lasciati al destino di perdizione che loro stessi hanno scelto. E quale popolo più empio delle genti di Canaan? Leggiamo nel libro della Sapienza (12 - 3,ss.):

Invero, gli abitatori antichi della tua terra santa che tu aborrivi, perché detestabili opere di magia facevano al tuo cospetto ed empi sacrifizi, quei tristi che uccidevano spietatamente i propri figlioli, e divoravano viscere umane e ne bevevano il sangue, in mezzo alle loro orge; quei genitori assassini di vite indifese, tu volesti distruggerli per mano dei nostri padri, affinché quella terra che più di ogni altra t’è cara ricevesse una degna colonia di figlioli di Dio.

101.3 Considerazioni sull’apparente contrasto tra il Dio dell’Antico Testamento ed il Dio del Nuovo Testamento.

I modi in cui Dio entra in comunicazione con gli uomini nei due distinti periodi storici (Antico e Nuovo Testamento) sono molto diversi, quasi incompatibili fra loro. Nel primo periodo, troviamo un Dio - per così dire - quasi a misura d’uomo; attoniti e sconcertati, scopriamo in Lui atteggiamenti tipici della psicologia umana: irascibilità, sdegno, vendetta. Ma appunto per questo, l’operato di Dio è capito ed accettato dagli uomini, proprio perché “adeguato” alla saggezza ed al senso di giustizia umana. In sostanza, nel tempo antico Dio si è voluto adeguare alla mentalità, al livello culturale del suo Popolo, proprio per non sconvolgerne la sensibilità e per non influire negativamente nel processo evolutivo della psiche umana, processo che avrebbe richiesto (e Dio lo sapeva) tempi lunghi.

Nel Nuovo Testamento l’immagine di Dio si palesa per quella che realmente è. Essendo maturi i tempi, chiusa l’epoca dei profeti, il Signore dà inizio all’era messianica che porterà l’intera umanità - secondo il Suo progetto di salvezza - nella inimmaginabile “situazione” da Lui stabilita per l’eternità. Dio quindi instaura un contatto diretto con l’uomo, assumendo Egli stesso, nella persona del Figlio Gesù Cristo, la natura umana: vivendo, operando, predicando, beneficando, piangendo, godendo, faticando, soffrendo e infine morendo come gli uomini.

Con Gesù, Dio si è rivelato per quello che è: Dio è solo Amore; e risorgendo dalla morte, col corpo glorificato (col corpo, cioè, vero, reale, tangibile; ma nel contempo capace di traversare ogni ostacolo e di librarsi nei cieli), Dio ha rivelato agli uomini, ai credenti, quello che sarà il loro destino ultimo, alla fine dei tempi: il risorgere dei corpi glorificati, ciascuno con la propria anima, nell’eternità.

101.4 Come incontrare Dio?

L’insegnamento fondamentale che si trae dalla Sacra Scrittura è che Dio ama l’uomo di un amore sconfinato, dato che l’ha creato proprio in funzione della futura glorificazione nell’eternità, quando la creatura si troverà immersa nella inimmaginabile ed ineffabile visione del suo Creatore. L’amore di Dio deve però essere corrisposto dall’uomo al massimo delle sue possibilità. Per amare Dio, naturalmente, bisogna cercarlo e trovarlo; il che non è difficile. Dio infatti non è mai lontano da noi. Egli, come diceva lo scrittore francese Julien Green, ci segue passo passo; e se si ha l’animo ben disposto ad incontrarlo, basta tendergli la mano, rivolgergli la parola, dirgli il nostro affanno, o la nostra gioia; ed ecco che Lui è lì, pronto a sorreggerci, a rinfrancarci, a gioire con noi. Così, senza strepiti, senza strombazzamenti, senza cataclismi. Come si fece vicino al profeta Elia, nel momento del suo sconforto per il paventato fallimento della sua missione. Leggiamo nel 3° Libro dei Re (Cap. 19 - 11, ss.):

Gli disse il Signore: “Vieni fuori (dalla spelonca) e tieniti sulla montagna dinanzi al Signore; ed ecco il Signore passa”. E vi fu un gran vento così forte da scuotere i monti e da polverizzare le pietre dinanzi al Signore; ma il Signore non era col vento. E dopo il vento, un terremoto; ma il Signore non era col terremoto. E dopo il terremoto, un fuoco; ma il Signore non era col fuoco; e dopo il fuoco il sussurro di un’aura leggera…

E con l’aura leggera passò il Signore e parlò con Elia.

10 agosto 2003

Oggi mi è capitato di leggere, in una rivista, un articolo del saggista V. Cutro, dal titolo: Saper ascoltare il silenzio (nella ricerca di Dio). Cito testualmente un passaggio:

Dio non parla nel fragore, ma nella quiete, non nello stato frenetico, ma nello stato di abbandono cui a volte ci lasciamo andare, anche se solo per riacquistare le forze, per correre ancora più di prima.

10 febbraio 2004