27  Astronauti

Pensieri

A meditare sulle atrocità umane che quotidianamente la cronaca deve registrare, si resta senza speranza: guerre, sopraffazioni, stragi di innocenti inermi, uccisioni per rapine, per rappresaglie, per odi ancestrali; per non parlare della sistematica distruzione, sfruttamento irrazionale o danneggiamento delle risorse della natura; o dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un senso di prostrazione mi pervade soprattutto quando, a giustificazione delle atrocità perpetrate, ci si appella a precetti fondamentali di certe religioni, mentre invece le religioni, le grandi religioni, oltre che la più alta espressione di civiltà, sono o dovrebbero essere il legame dell’uomo al divino, cioè all’Autore della vita, del Creato.

Forse l’uomo si lascia prendere troppo dai fatti, dalle contingenze terrene: in certo qual modo, l’uomo guarda troppo verso il basso, e quasi mai verso l’alto, a riflettere sulla sua condizione vera, essenziale.

È un tema che occupa spesso i miei pensieri, dacchè, affascinato dalla lettura di certi testi di astronomia e dalla innata passione per l’osservazione del cielo notturno, ho abbastanza chiara nella mente quale sia la reale condizione dell’uomo sulla Terra e della Terra nell’Universo. Lanciata a vertiginosa velocità, con tutto il Sistema solare, nel vuoto cosmico, senza una meta, la Terra può giustamente ritenersi, nella sua relativa piccolezza rispetto agli altri corpi celesti, una piccola astronave dispersa nello spazio. E gli uomini altro non sono che i piccolissimi astronauti di quella navicella spaziale sperduta, tutti con lo stesso destino, dagli asiatici agli europei, dagli americani agli australiani. Per cui l’azione devastatrice dell’uomo sulla natura può considerarsi un vero e proprio sabotaggio della casa comune, del comune veicolo che ci trasporta tutti alla medesima destinazione. E le guerre, le uccisioni, le sopraffazioni di un popolo sull’altro o dell’individuo sugli altri individui è come se avvenissero fra compagni di viaggio sullo stesso veicolo; conniventi, quando non autori, i governanti delle nazioni, cioè, per meglio dire, i comandanti stessi della navicella.

C’è però da dire che è molto difficile che i popoli vivano in pace fra loro; i motivi del contendere sono infiniti e vanno ricercati anzitutto nelle profonde sperequazioni tra Paesi ricchi e Paesi poveri, tra Paesi culturalmente avanzati, con tecnologie produttive d’avanguardia, e Paesi fortemente arretrati in tutti i campi. Per non parlare degli sconvolgimenti che possono essere originati anche dalle diverse ideologie filosofiche o politiche tendenti a prevalere le une sulle altre. È pur vero che, dopo ogni grande conflitto, le nazioni tentano di darsi un regolamento per prevenire nuove guerre, per costituire un certo equilibrio fra le rispettive zone di influenza, per assicurare la difesa comune da eventuali aggressioni. Così avvenne dopo la prima Guerra Mondiale con la costituzione della Società delle Nazioni (1919-1920), e nel 1945 dopo la seconda Guerra Mondiale con la nascita dell’O.N.U. Ma come si è visto, e come stiamo vedendo anche in questi giorni, gli accordi di pace non sono serviti a scongiurare il riaccendersi delle contese.

Il fatto stesso che l’umanità, fin dalla sua “erranza ferina”, nel corso dei millenni si sia stanziata in tutti gli angoli della Terra, con esclusione solo delle estreme regioni polari, è causa delle enormi differenze dei sistemi di vita, dovuti principalmente alle differenze climatiche, che a loro volta influiscono sulla produzione dei beni di sostentamento; per cui ci sono popoli che vivono nell’abbondanza ed altri che sono stremati dalla fame e dalle malattie. È naturale, quindi, che sorgano gli antagonismi, le rivendicazioni, le istanze delle popolazioni diseredate per un’equa ridistribuzione delle risorse naturali da parte delle Nazioni più fortunate.

Non dobbiamo dimenticare inoltre il sistematico sfruttamento, da parte delle nazioni ricche e potenti, delle risorse naturali che si ritrovano in abbondanza in zone abitate da popolazioni povere ed arretrate, avvenuto per lungo tempo nell’era del colonialismo. Ora quelle popolazioni si sono affrancate dal dominio straniero, ma quasi sempre non hanno né la tecnologia, né le maestranze capaci di sfruttare tali risorse per conto proprio. Quindi, se vogliono rinascere in qualche modo, devono affidarsi ai capitali, alla tecnologia ed in parte anche al personale specializzato straniero. Quindi la colonizzazione, uscita dalla porta, rientra dalla finestra; e quelle povere Nazioni si ritrovano spesso strozzate dai paesi ricchi, non potendo far fronte alla restituzione dei prestiti ricevuti per rimettersi in piedi. Insomma, non siamo di fronte ad una nuova riduzione in schiavitù, ma quasi.

Un altro motivo di tensioni internazionali è dato dalla grande differenza tra Paesi ricchi e Paesi poveri nel campo della sanità. Nei Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” dilagano ancora malattie epidemiche sconosciute o da tempo debellate nei Paesi ricchi. Nemmeno gli Organismi dell’O.N.U., creati per far fronte a questo gravissimo problema, hanno sortito gli effetti desiderati. E pensare che malattie come la lebbra o come la poliomielite potrebbero essere definitivamente estirpate dal pianeta, con una spesa irrisoria rispetto agli enormi sprechi dei Paesi ricchi, cui ogni giorno assistiamo.

Quindi, sarà ancora lungo, e forse drammatico, il cammino che l’umanità dovrà fare prima di conseguire una globale convivenza pacifica di tutti i popoli, con regole valide ed accettate da tutti, con sistemi e tenore di vita non molto dissimili, dalle Svalbard alla Patagonia, dall’Asia alle Americhe, dall’Oceania all’Europa e all’Africa.Tutti consapevoli dell’inutilità dei conflitti, accomunati nel medesimo destino di questa navicella spaziale, la Terra, che tutti ci trasporterà, vivi o morti, fino alla fine del Mondo.

2 febbraio 2000