41 Il Cerimoniere
Avevo allora undici anni e facevo parte della Schola Cantorum della Cattedrale di Ales; ma ciò non mi dispensava dagli altri piccoli servizi cui tutti (chierichetti e chierici) eravamo chiamati, specie in occasione dei pontificali che il Vescovo celebrava nelle grandi solennità (Natale, Pasqua, Corpus Domini, etc.).
Quella volta mi fu assegnato il compito di caudatario (da “cauda” = coda): dovevo cioè reggere, come un paggio, lo strascico di quattro o cinque metri, di seta cremisi, che partiva da sotto il manto di ermellino del Vescovo. Il compito era abbastanza facile ed affatto gravoso; inoltre il ritrovarmi quasi a contatto con la più alta autorità diocesana, circondato dal Capitolo dei Canonici, pur essi in pompa magna con cappa di ermellino e fascia di seta cremisi, un poco mi inorgogliva.
Il corteo mosse dal palazzo vescovile. Tutto era regolato da un rigido cerimoniale, sotto le disposizioni del Canonico Cerimoniere: un uomo imponente per statura e mole corporea, e soprattutto per l’innata severità dell’aspetto. Io, però, non avevo di quell’uomo il timore reverenziale che ne avevano i miei compagni, chissà perché.
Si attraversava poi il piazzale antistante la cattedrale tra due ali di folla vestita a festa, sommersi dal gioioso quanto assordante scampanio dei quattro campanoni maggiori e delle altre campane sussidiarie, che sovrastava il canto della gente in processione.
Fu nel mezzo di questa fantasmagoria di colori e di suoni che, tutto preso dal mio compito, pensai di tenere teso al massimo lo strascico per dare al paludamento la massima visibilità e quindi una maggiore solennità. La manovra non sfuggì all’occhio di falco del Cerimoniere, che in un istante mi si affiancò e (in dialetto) mi gridò, per farsi sentire sul rimbombo delle campane: “Abbambiasidda, sa cou: cannò ddu fais arrùi!” (= Allèntagliela, la coda; altrimenti lo farai cadere).
Bisogna sapere che, in quel tempo, tutta la liturgia veniva officiata in latino, come in latino erano codificati i canoni del cerimoniale ed in latino venivano espressi i comandi del Cerimoniere, specie nei pontificali solenni. Faccio alcuni esempi. Non è che il Vescovo, durante le funzioni, potesse mettersi o togliere la mitra, prendere o rilasciare il pastorale a suo arbitrio: no. La mitra gli veniva posta sul capo, o levata, da uno dei Canonici del Capitolo solo quando il Cerimoniere ordinava: “Episcopus accipit (o deponit) mitram”. E così per il pastorale: “…accipit, deponit bàculum”. E quando il Vescovo doveva, secondo il rito, fare una genuflessione, era sempre il Cerimoniere ad avvisarlo tempestivamente: “Genuflectit”.
Il canonico di cui sto parlando, però, soleva a seconda delle circostanze aggiungere qualcosa di suo, in dialetto, ai canoni tridentini. Per esempio, una volta che il vecchio Vescovo, malato di gotta, era sofferente per una recrudescenza della malattia, il Canonico disse: “Genuflectit (cummenti podit)”, e cioè: “Genuflette (come può)”; anche se il Vescovo, genovese, non capiva una parola di sardo.
Tornando all’episodio della “coda”, udito il Canonico, ebbi la sfrontatezza di sbottare in una sonora risata, ma proprio una risata di cuore. Ridevo e guardavo in viso l’omone. Mi fissò per un po’: la sua faccia era impassibile, ma nei suoi occhi mi sembrò di scorgere un risolino intrigante.
25 luglio 2000