56 La speranza
Come si sa, nella normale accezione “speranza” significa “aspettazione fiduciosa di qualcosa in cui si è certi o ci si augura che consista il proprio bene, o di qualche cosa che ci si augura avvenga secondo i propri desideri” (Zingarelli). Nella morale cattolica la speranza, con la fede e la carità, è una delle “virtù teologali, infusa da Dio nell’anima umana, per cui il credente tende anzitutto a Dio come a suo oggetto quindi alla visione beatifica, e desidera da lui gli aiuti necessari per ottenerla; in secondo luogo la speranza riguarda gli altri beni spirituali e temporali ordinati alla beatitudine” (Treccani).
Tralascio la citazione di alcuni altri significati attribuiti al vocabolo in questione nella lingua italiana, per esempio nel campo del diritto privato, della matematica, etc., volendo qui soffermarmi su un pensiero che mi è venuto scorrendo alcuni brani della Bibbia. In sintesi, il pensiero è questo: la speranza, fondata sulle promesse di Dio, è certezza.
Per fare uno studio sistematico sull’argomento, solo sulla scorta della Bibbia, dovrei scrivere un libro (se ne avessi la capacità). Per dare un’idea della mole di lavoro cui ci si dovrebbe sobbarcare, basta dare uno sguardo all’indice analitico (del testo in mio possesso) dove, alla voce Speranza, sono riferiti non meno di sessantacinque brani in positivo ed altri ventidue in negativo. Ma anche la semplice lettura dei passi più significativi mi conferma nell’assunto suesposto, tenuto conto della “ispirazione divina” dei libri che compongono la Sacra Bibbia, nonché della storicità dei fatti avveratisi secondo la parola del Signore.
Annoto qualche esempio.
Abramo, ormai vecchio e senza prole, si rivolge sconsolato a Dio, che gli era apparso in visione, dicendo: “A me non hai dato prole, e mio erede sarà un servo nato nella mia casa”. Ma subito il Signore gli rispose: “Non questi sarà il tuo erede; ma uno generato da te medesimo, sarà egli l’erede”. Poi lo condusse all’aperto e gli disse: ”Guarda su in cielo, e conta le stelle, se puoi. Così sarà la tua discendenza”. Abramo ripose la sua speranza nella parola del Signore, generò Isacco e la sua discendenza fu (ed è) innumerevole. (Genesi, 15).
Gedeone, sulla parola del Signore, mette in fuga il numerosissimo esercito di Madian con un drappello di uomini, nottetempo, col solo suono delle trombe e la luce delle fiaccole. (Giudici, 7).
Giuditta, ispirata da Dio, riesce ad entrare con un’ancella nell’accampamento dell’esercito assiro che assedia la sua città di Betulia in Palestina, ormai in procinto di arrendersi per la fame e soprattutto per la sete. Con la sua facondia e con la sua bellezza, conquista la fiducia (e le brame) del duce Oloferne, che la intrattiene in una lauta cena nella quale egli beve tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto. Dopo la cena, appartatisi, Oloferne crolla sul letto sopraffatto dal sonno; e Giuditta, presa la spada di lui, con due colpi gli stacca la testa dal tronco. Richiamata l’ancella e messa la testa del nemico in un sacco, fanno ritorno a Betulia. Issata la testa di Oloferne bene in vista sulle mura, gli ebrei escono dalla città con grande strepito. I capi degli assedianti corrono ad avvertire il loro duce, ma trovatolo in un lago di sangue, decapitato, presi dal panico si danno ad una precipitosa ritirata con tutto l’esercito. (Giuditta, 7 e ss.).
Si potrebbe continuare a lungo, ma il senso delle citazioni, in definitiva, ricondurrebbe sempre alla confutazione delle “false idee degli empi circa i destini dell’uomo”, condensati nel seguente passo che traggo dal Libro della Sapienza (3, 1, ss.):
“Ma le anime dei giusti sono in mano di Dio,
e non li toccherà tormento di morte.
Sembrarono morire agli occhi degli stolti
e si reputò disgrazia la loro scomparsa,
e il loro partirsi da noi uno sfacelo;
ma essi sono nella pace.
Anche se al cospetto degli uomini furono percossi,
la loro speranza è piena d’immortalità”.
3 aprile 2001