55  Il tempo

Pensieri

Da bambino, mi sembrava che il tempo non passasse mai. Che noia! Non che la vita da bambino non fosse bella, ma mi pareva più bella la vita dei grandi, almeno dei bambini più grandi di me. Troppe imposizioni, troppi divieti, troppe limitazioni: insomma, ero sempre insoddisfatto. A ben guardare, essendo io il terzo di cinque figli, mi trovavo in una situazione di svantaggio: sia nei confronti dei due miei fratelli più grandi, che già godevano di maggiore libertà e autonomia e che addirittura potevano svolgere qualche piccola mansione, potevano andare a cavallo e divertirsi un mondo; sia nei confronti del mio fratello e di mia sorella più piccoli di me, che appunto perché più piccoli, venivano coccolati da tutti e facevano quel che volevano.E così, siccome non potevo tornare indietro nel tempo, non vedevo l’ora di crescere, di diventare più grande.

Ma ahimè, anche crescendo avevo sempre davanti agli occhi qualcuno più grande di me da invidiare per mille cose, anche banali, ma che a me sembravano importanti, come per esempio avere la barba. Uno dei crucci maggiori era proprio questo della barba, che non spuntava mai, nonostante mi accanissi a radere la pelle glabra con la Gillette di mio fratello (quando riuscivo a prendergliela di nascosto).

Il fatto è che da bambini o da ragazzi raramente si fanno considerazioni serie sul trascorrere del tempo, che davvero sembra non debba finire mai. E addirittura anche da adulti il pensiero rifugge quasi d’istinto da meditazioni tutto sommato sgradevoli. Prendiamo, per esempio, una data, anzi una tappa molto importante nella vita di un qualunque lavoratore: il pensionamento. Ah, quanto sognato, quanto sospirato traguardo! Ma perché sognato e sospirato? Perché difficilmente uno, quando ci arriva, pensa che sia giunto al fatale “inizio della fine”. Macchè fine! È l’inizio di una vita beata senza impegni, senza orari, senza rotture di scatole; e ogni mese l’accredito puntuale dei soldi (anche se pochi)…

Che illusione! Che delusione! Ora il padrone è lui, il tempo. E che padrone! Ora ti presenta il conto da pagare, senza sconti. Ti spalanca davanti agli occhi, senza pietà, l’ultimo tratto di strada che ti resta da percorrere, ed è il tratto più malagevole, più irto di difficoltà, che al confronto tutte le traversie passate nella vita sono sciocchezze. Ma come? Pensavi non arrivasse mai, la fine; e invece ecco che ti corre incontro, inesorabile…

A questo punto dovrei sentirmi attanagliato dalla disperazione, e invece mi ritrovo abbastanza calmo e tranquillo a considerare quel che sta per accadermi, quasi con un certo distacco. Come mai? Che io sia molto più forte di quanto si potesse sospettare in un essere insignificante quale sono? No, no; sono abbastanza debole e fragile. Ma alla mia fragilità sopperisce in primo luogo l’educazione (soprattutto religiosa) che ho ricevuto dai miei genitori, specie da mamma, e dai miei maestri; ed in secondo luogo quel po’ di cultura, raziocinio ed esperienza che ho potuto acquisire nella vita. Se anche ad un non credente possono bastare poche, semplici considerazioni di ordine fisico per mettersi - come si dice - l’animo in pace, è chiaro che un credente si trova di molto avvantaggiato, essendo certo che la “finitezza” fisica, biologica, del corpo non coinvolgerà in nessun modo l’anima, ossia la parte immateriale dell’individuo, quando sopraggiungerà la morte; e ciò anche a prescindere dalla credenza nella risurrezione della carne. In ogni caso, qualche considerazione sul “tempo” può giovare anche al credente, almeno per prendere la cosa con un po’ di filosofia.

Il tempo (cioè lo scorrere di accadimenti fisici in successione) è caratteristica primaria ed essenziale di ogni cosa creata, dalla più grande galassia al più piccolo microbo terrestre. Ogni cosa creata ha un suo ciclo vitale, ciascuna secondo la propria natura, un “tempo” per svolgere le tre funzioni fondamentali che, in estrema sintesi, consistono nella nascita, nell’evoluzione e nella morte. Niente e nessuno sfugge a questa regola, a quest’ordine cosmico, dalle galassie ai singoli corpi astrali, ai pianeti, agli esseri viventi. Dunque il tempo è conseguenza diretta della creazione della materia; è immanente alla materia e quindi non sussiste al di fuori di essa. E come la materia non è alcunché di fermo, di immutabile, ma è in continua evoluzione o trasformazione, così il tempo (per quel che ci riguarda) non è concepibile come qualcosa che possa arrestarsi, nemmeno per un istante, come non può arrestarsi il moto del pianeta che ci ospita. Il tempo fluisce costantemente dal futuro al passato attraverso l’attimo del presente. Voglio dire, in ultima analisi, che il presente praticamente non esiste, in quanto ciò che si considera nel presente, nel momento stesso che lo si sta considerando, è divenuto passato. Pertanto non è sostenibile il concetto di un presente continuo, pressoché immoto perché costituito dalla continua successione degli accadimenti fisici che cadono sotto la nostra osservazione: questo è un concetto illusorio, poiché, ripeto, tutto ciò che osserviamo in questo istante è diverso (direi “più vecchio”) di ciò che osserveremo un istante dopo, e così via. E ciò perché - limitando il discorso al nostro pianeta - la posizione della Terra nella sua rotazione e nell’orbita, come accennato sopra, muta in ogni istante.

Questo pensiero sembrerebbe, a prima vista, vacuo e risibile. A mio modo di vedere, invece, ha una sua valenza perché ci fa intuire che la materia tutta non è eterna. Sappiamo infatti già da adesso quale sarà la fine “naturale” della Terra (salvo una possibile, anticipata “fine catastrofica”, per esempio per l’impatto con un asteroide) e di tutto il Sistema solare. Quanto alle galassie, anch’esse cesseranno di esistere, anche se in tempi incalcolabili, quando, raggiunta nella loro fuga la velocità della luce, sfuggiranno definitivamente a qualunque possibilità di osservazione: il che è come “non esistere”. Per non parlare della possibilità della loro annichilazione con l’antimateria.

Considerando quindi questo po’ po’ di sfaceli e di sconvolgimenti, cerco di farmi sempre più una ragione della ineluttabilità della fine, pensando soprattutto (anzi, dovrei esserne orgoglioso) che anche questo povero essere, etichettato come “Gavino Pani”, è inserito nella realizzazione del grandioso e misterioso progetto del Creatore, progetto di cui questa breve o lunga vita terrena non è che un primo, piccolissimo passo.


Mi viene spontaneo, a questo punto, un aggancio alla Scrittura per mettere in risalto che Dio, Creatore della materia e del tempo, è al di sopra (su Soberanu) del tempo e della materia. Mi riferisco al bellissimo racconto, nell’Esodo, del primo incontro e del colloquio di Mosè col Signore, sul Horeb. Il Signore apparve a Mosè “in una fiamma di fuoco, in mezzo a un roveto; ed egli vedeva ardere il roveto, ma senza bruciare”. C’è una logica, nel racconto. Il Signore si manifesta con un fenomeno soprannaturale, perché Egli è soprannaturale: il roveto infatti arde, ma non brucia, cioè non si incenerisce. Mosè, ricevuto da Dio il comando di andare dal Faraone e di liberare dalla schiavitù i figli d’Israele, ed avuta dal Signore l’assicurazione del suo sostegno nell’impresa, ha solo un piccolo dubbio sul modo come presentarsi al suo popolo. Dice Mosè: “Dirò loro: il Dio dei padri vostri mi ha mandato a voi” E aggiunge: “Ma se mi domanderanno: - Qual è il suo nome? - che dirò loro?” E disse Dio a Mosè:“Io sono Colui che è”. Ed aggiunse: “Ai figli d’Israele dirai così: - Colui che è, m’ha mandato a voi.-” (Così nel testo della versione dalla Vulgata curato da G. Ricciotti - Salani edit. In altra edizione è scritto: “…mi ha mandato Io sono”). Il senso della parola di Dio è univoco: in Dio, il presente è da sempre e per sempre; tutta la materia finirà, ma lo Spirito è, in eterno.

7 marzo 2001


Oggi, per caso, ho trovato una ulteriore conferma delle mie intuizioni di cui sopra. Trascrivo un pensiero dello scrittore francese J. de Maistre (1753-1821):

“Il presente è l’attimo che non appartiene già più alla speranza e non appartiene ancora al ricordo.”

20 ottobre 2003


(A distanza di oltre tre anni, rileggendo il capitoletto del Tempo, ho voluto aggiungere qualcosa, tanto per sfuggire alla noia di una giornata terribilmente afosa.)

Breve chiosa al capitolo Il tempo, nel quale sostengo, fra l’altro, che il presente praticamente non esiste.

Tale concetto potrebbe apparire anche strampalato; ma se facciamo qualche considerazione od osservazione anche banale, forse la cosa non ci sembrerà poi così peregrina. Se guardiamo un orologio digitale che indichi ore, minuti primi e minuti secondi, notiamo che, almeno apparentemente, manca qualcosa: dopo il 59° min. sec. ci si aspetta di leggere il 60°, che però non appare. Nell’istante in cui sarebbe dovuto apparire, apparirà invece aumentato di una unità il valore dei minuti primi. Quindi il 60° minuto secondo è come se non esistesse, in quanto al suo maturarsi è già assorbito nella “categoria” dei minuti primi. Cioè: nel momento stesso in cui avrebbe dovuto essere presente è divenuto passato. Notiamo ancora: dopo le ore 23, 59’, 59’‘, dovrebbe a rigore apparire l’ora 23, 59’, 60’‘; oppure l’ora equivalente: 23, 60’, 00’‘. Invece no; e non appare neppure l’ ora 24, 00’, anch’essa equivalente. Appare invece l’ora 0, 00’, 00’’ del nuovo giorno. È come se quel 60° secondo dopo le 23, 59’ non sia mai esistito. Parafrasando il detto del de Maistre (da me citato in calce al predetto capitolo dei Pensieri), si potrebbe dire: il minuto secondo dopo le 23, 59’, 59’’ (il presente) è l’attimo che non appartiene ancora alle ore 24,00 (la speranza), ma non appartiene già più alle ore 23, 59’, 59’’ (il ricordo).

Ma forse sono un po’ fuso dal gran caldo-umido di oggi!

19 agosto 2004