23 Pascolo abusivo
Veniva giù dal costone a grandi balzi, attraverso i fitti cespugli, incurante dei rovi che gli graffiavano i gambali e gli si impigliavano nel lungo vello della mastruca. Ogni tanto, per aprirsi un varco, doveva far uso della roncola. Sicuramente ci aveva visti fin da quando, lasciata la carrareccia, ci inerpicavamo nello stretto sentiero; ma si mosse solo quando capì che andavamo nella sua direzione. Forse contava di riuscire ad allontanare il gregge oltre il costone, prima che giungessimo al terreno cespugliato, dove le pecore si erano disperse, pascolando. Cercò di riunirle colla voce, coi richiami usati dai pastori della zona; ma l’operazione richiedeva un tempo abbastanza lungo, sia perché ormai le pecore si erano sparpagliate su una vasta zona, sia perché l’abbondanza del pascolo le distoglieva dall’ubbidire ai richiami.
Mio padre, fin da quando prendemmo il sentiero, mi aveva passato il fucile, dicendomi: “È meglio che lo tieni tu”. Io sul momento pensai che, data la sua età, volesse alleggerirsi in vista dell’erta che dovevamo affrontare: io ero appena un ragazzo e camminavo più spedito. Solo più tardi capii il vero senso delle sue parole.
Ora non vedevamo più il pastore, ma sapevamo benissimo dov’era, dato che faceva più strepito di un cinghiale braccato dai cani nella macchia. E così lo intercettammo. Mio padre lo chiamò per nome. Lui si fermò. Ci accostammo. Molto pacatamente, mio padre gli disse: “Qui sei sul mio”. Lui non si scusò, ed era facile scusarsi: il terreno non era cintato ed un involontario sconfinamento poteva succedere a chiunque. Assunse invece un atteggiamento di sfida. Volarono parole grosse, da una parte e dall’altra. Lui impugnava il lungo manico della roncola, che teneva appoggiata sulla spalla destra, e si capiva benissimo che aveva intenzione di usarla; evidentemente non faceva alcun conto del fucile, innocuo nelle mani di uno sprovveduto ragazzo, che fra l’altro lo teneva tra le braccia, poggiato sul petto, quasi nella posizione che militarmente si dice “Bracciarm’”. I due uomini si fissavano negli occhi, le pupille dilatate, pallidi, tesi. In quel momento mi resi conto di tante cose: in primo luogo, che mio padre, conoscendo bene quell’uomo, sapeva che una discussione con lui poteva facilmente trascendere; quindi capii che mi aveva affidato il fucile proprio perché non venisse costretto ad usarlo. Ma vedevo anche che le cose si stavano mettendo male.
Nessuno dei due, fra le voci alterate nel diverbio, sentì i due “clic” dei martelletti, che io inarcai, volgendo le canne del fucile in direzione del petto del pastore, l’indice sul grilletto. Vide allora le bocche nere delle canne del “Saint Etienne” che gli scrutavano il petto, e vide i martelletti alzati, e il dito sul grilletto. La voce gli si arrochì, gli si affievolì. Bofonchiò ancora qualcosa, e se ne andò a raccogliere il gregge sparso. Anche mio padre vide; mi guardò serio, ma non mi disse una parola.
Rientrammo con passo stanco, in silenzio. Non mi tolse il fucile, se non quando fummo quasi alle prime case del paese.
Forse, ai suoi occhi, non ero più un ragazzo.
27 gennaio 2000