100  Il postale

Pensieri

Ormai mi capita sempre più spesso. Quando voglio ricordare qualche fatto o persona concernente il recente passato, ho voglia di spremermi le meningi: non c’è verso di ricordare né nomi, né cose. Devo aspettare che la memoria faccia, autonomamente, le sue ricerche nel sub-conscio, e così prima o poi, se va bene, il ricordo salta fuori. Diverso è il caso della memoria antica: i ricordi di quand’ero bambino o adolescente riemergono a grappoli, indipendentemente dalla mia volontà, e se dovessi annotarli tutti dovrei scrivere un altro libro. E così li lascio perdere.

Talvolta, però, il ricordo assume una seppur minima importanza, quando per esempio è legato ad altri ricordi, dei quali ho già scritto qualcosa. E allora mi sembra giusto annotarlo, anche se intrinsecamente non interessante, quasi costituisca un ornamento ai fatti narrati.

Richiamandomi al cap. 33 di questi miei “Pensieri”, ricordo che il vecchio Canonico che ci dava delle lezioni private, propedeutiche alla 1a ginnasiale, ogni tanto ci assegnava un compito da svolgere a casa. Ricordo ancora che a tali lezioni andavamo un gruppetto di cinque o sei ragazzi, e fra questi un mio compagno delle elementari, Nicola D. P.

Un giorno il Canonico, in fine di lezione, ci assegnò questo tema: Un vecchio postale racconta, facendoci capire che per postale doveva intendersi un dipendente delle Regie Poste. Qualche giorno dopo la consegna dei compiti, trovammo un Canonico trasformato, sorridente, lui che era sempre di aspetto grave e pensieroso. Appena ci fummo seduti, ridendo in modo quasi innaturale, esordì: “Nicola, ma cosa mi hai combinato? Ma non vi avevo detto che il tema riguardava i ricordi di un impiegato postale?” E rideva a lacrime, frugando con l’indice ed il pollice nella tabacchiera che teneva sempre a portata di mano. Nicola, rideva anche lui, sebbene fosse diventato rosso fino alla radice dei capelli. La cosa fu subito chiara. Nicola, il giorno che ci era stato dato il tema, indaffarato a raccogliere le sue cose, si era distratto e non aveva sentito le ultime raccomandazioni del Canonico. Quindi, il protagonista del suo compito era proprio un vecchio postale, ma nel senso di autocorriera! La risata fu generale e smodata, tanto che il canonico, ricomponendosi, ci zittì; non solo, ma rincuorò il povero Nicola assicurandolo che il tema era comunque bellissimo, e col suo permesso, lo lesse ad alta voce. A sentire le disavventure della povera corriera, c’era da scompisciarsi dalle risa: raccontava del terrore che l’assaliva quando, stracarica di passeggeri e bagagli, tornando da Oristano doveva affrontare le salite e i tornanti da Siamanna ad Usellus; oppure quando, andando a Cagliari, doveva arrancare da Gonnoscodina a Collinas, per tirare finalmente un sospiro di sollievo quando scendeva nella pianura del Campidano. Ma i guai peggiori il povero postale li doveva subire a causa dell’autista maldestro, che fra l’altro, ad ogni fermata nei paesi, si faceva un cicchetto di vernaccia; e così, spesso andava ad urtare quei maledetti pali del telegrafo, messi lì quasi ad inciampo sul ciglio della strada. Altre volte, nei tornanti non calcolava bene il raggio di curva, e finiva per dare una bella raschiata alla parete della roccia in cui era stata scavata la strada. Le parti più vulnerabili erano naturalmente i parafanghi anteriori, che ormai a furia di botte e rappezzi, pencolavano tristemente e sballottavano su e giù ad ogni movimento della macchina, suscitando gli sguaiati sberleffi dei monelli. Questa, proprio, il vecchio postale non la poteva sopportare!

16 luglio 2003