6 Monte Sirai (ballata romantica)
Trascorse Alìla il giorno nelle ambasce,
Rintanata sul misero giaciglio,
Gemendo sulla sorte di suo figlio,
Tenero fanciullino ancora in fasce.
Riudiva ancor l’annuncio del Santone
(Di nastri ornata la chioma fluente,
Con al seguito i capi e l’altra gente,
Brandiva in aria un nodoso bastone):
“Chiari segni del Cielo ho interpretato:
”La luna nella notte s’è arrossata;
“La fonte all’improvviso si è seccata;
”La civetta sul Tofet ha gridato.
“La grande Dea esige il suo tributo
”Di sangue umano puro ed innocente.
“La tua creatura, nata di recente,
”Appieno adempirà quanto dovuto!”
E le donne gridavan: “Te beata!
”Il Cielo ti ha concesso il gran destino
“D’immolare sull’ara il tuo bambino
”Alla potente Dea, temuta e amata.”
Non ascoltò il conforto delle donne
Accorse da ogni parte del villaggio.
Fisso il pensiero al rito atro, selvaggio,
Come ubriaca passò la notte insonne.
Cercò di addormentare il bimbo ignaro
Portandoselo al seno con amore;
Ma il piccolo, sfiorato quel turgore,
Rifiutò il latte, diventato amaro.
Oh quante volte il nome dello sposo
Alìla disperata invocò, invano!
Da molti giorni egli era assai lontano
Con gli altri arcieri su un monte boscoso.
Quasi in delirio, Alìla con la mente
Rivide i caldi lidi ed il palmizio
Del villaggio natio, quand’ebbe inizio
Quest’avventura sua, sì sconvolgente.
Ricordò: il periglioso navigare,
Giorni e giorni a sfidar l’onda spumosa,
L’ansito della ciurma stracca e ansiosa
Di toccar terra dopo tanto mare.
“Hab’urié! Hab’urié!” ai remiganti
Gridava il capo, dando la battuta.
La gente, accovacciata ed abbattuta,
Soffriva sotto i trasti cigolanti.
Si sfaldano i ricordi e son più vaghi
Al finir della notte tormentata.
Rivive sol l’immagine incantata
Della sognata terra dei nuraghi.
Allo spuntar del sole, ecco il Santone
Col seguito dei capi e gente orante;
Chiama la donna con voce imperante,
Orrido nel suo vello di montone.
Strappa con gesto rapido e deciso
Dal petto della madre la creatura.
Vinta dall’indicibile sventura,
Cadde la donna con la morte in viso.
L’implacabile vento di ponente
Le portava le voci alte, imploranti,
E con esse (ma quanto più strazianti!)
Le grida della vittima innocente.
Sola, impietrita, nel tugurio spoglio,
Muta Alìla ascoltava, asciutto il ciglio.
Non volle sopravvivere a suo figlio,
Quando il pianto si spense in un gorgoglio.
Fine luglio 1999.