110 Reduci
Siamo già a fine agosto. Queste afose giornate sono per me deleterie, perché devo rinunciare quasi sempre alle mie quotidiane camminate (mattina e sera), per via del gran caldo. Così me ne resto in questa cameretta, mezzo intontito, abulico, senza alcuna voglia di leggere o di fare qualcosa. Accendo così il computer, e annoto qualche fuggevole ricordo dei tantissimi di quand’ero ragazzo, che mi si affollano in mente.
Oggi vorrei parlare, in primo luogo, di un carissimo amico, Italo. Se è ancora vivo, dovrebbe avere intorno agli 88 anni. La nostra amicizia iniziò appena lui tornò dalla guerra (anzi, dalla prigionia in Inghilterra). A parte gli scarni racconti che mi faceva sulle vicissitudini e gli orrori del fronte (fu fatto prigioniero dagli inglesi nella loro famosa controffensiva dell’autunno 1942, che da el Alamein li portò alla riconquista del porto di Tobruq), ciò che mi avvinceva di lui era la pacatezza, l’obiettività di giudizio, l’assoluta mancanza di odio o di rancore verso gli inglesi. Agli inizi, questo suo atteggiamento un po’ mi disorientava, poiché ero ancora imbottito della martellante propaganda fascista contro l’odiatissima Albione. Ma pian piano Italo mi fece capire che gli inglesi non erano i mostri barbarici che ci aveva dipinto Mussolini, ma erano dei veri signori, dei veri paladini delle libertà personali, e nonostante il loro regime monarchico, dei grandi assertori della democrazia. Lui, prigioniero di guerra, era trattato alla stregua di un immigrato qualsiasi (seppure con qualche logica limitazione nella libertà di spostamenti); aveva ottenuto di poter lavorare, veniva regolarmente retribuito, e soprattutto, su sua richiesta, ebbe tutta l’assistenza necessaria per imparare la lingua inglese (che alla fine parlava e scriveva perfettamente). Mi insegnò anche alcune canzoni allora in voga (inglesi e americane), che non ricordo più; ricordo solo il titolo di quella che gli piaceva tanto: You’ll never know.
Della guerra guerreggiata non parlava volentieri. In effetti, il suo compito era quello di radiotelegrafista (col grado di Sergente), il che peraltro non lo esonerava, in caso di necessità, dall’uso delle armi. Mi sono rimasti impressi alcuni dettagli di quando si trovò ad operare nel fronte marmarico. Lui stava con la radio in una specie di piccola ridotta affossata nel terreno, in una notte illune, durante una fortissima tempesta di sabbia di portata indescrivibile. L’antenna era costituita da un filo metallico teso fra due pali ben piantati nel terreno e ben ancorati con tiranti. A un certo punto, un soldato si precipitò nella buca gridando: “Sergente, l’antenna prende fuoco!” Italo si precipitò fuori a vedere, ma gli bastò un attimo per capire: il cavo era rovente per l’immenso attrito della sabbia! Altro ricordo che mi è rimasto impresso è quello della resa. Ormai gli inglesi dilagavano da ogni parte. I nostri, coi tedeschi, ripiegavano su Tobruq. Il reparto cui Italo apparteneva e che era dislocato in una posizione avanzata del fronte, si trovò totalmente accerchiato dai nemici e non potè quindi obbedire all’ordine di ripiegamento: non restava che arrendersi e così Italo e alcuni compagni non poterono fare altro che attendere, nella loro buca, l’avvicinarsi dei nemici, che già avevano capito la loro situazione e cavallerescamente non infierirono. Italo comunque aveva pochissimi minuti per adempiere alle disposizioni previste dal regolamento in simili circostanze: rese inefficiente la radio spaccando le valvole, e letteralmente masticò ed ingerì il cifrario, che non doveva assolutamente cadere in mano degli inglesi.
Ricordo ancora tanti altri paesani che andarono in guerra: qualcuno tornò, altri non tornarono e nemmeno si sa dove giacciano le loro ossa.
Non tornò Albino Matzeu, il gigante buono, sempre allegro, che abitava a un tiro di schioppo da casa nostra. Non dimenticherò mai la volta che, alla lotteria di beneficenza del Corpus Domini, vinse un asinello di qualche mese, e se lo portò a casa trionfante, tenendolo in braccio come fosse un bambino.
Non tornò Giovanni Porcu (nipote di Ziu Mundeddu), che lavorava in casa nostra; le sue ultime notizie giunsero dalla Jugoslavia, ma è probabile che sia morto in Russia.
Non tornò Lando S., l’elegante taciturno, che vinceva tutte le gare ciclistiche del paese e aveva una fidanzata bella come un sole. È rimasto in qualche deserto libico o egiziano.
Tornò invece, anch’egli dalla prigionia in Inghilterra, un giovane non proprio di Ales, ma di un paese vicino, che ad Ales aveva conosciuto una donna più grande di lui di parecchi anni, con alcuni figli a carico, e con lei convisse. Questo giovane lavorava a giornata quando se ne presentava l’occasione, nella campagna e nell’edilizia, con mansioni di bracciante o di manovale: era una persona insignificante. Anche lui, da prigioniero, ebbe però l’accortezza di non stare inerte. Chiese ed ottenne di lavorare come uomo di fatica presso una famiglia privata, dove venne trattato umanamente, imparò un po’ d’inglese e soprattutto le buone maniere; e tornò trasformato, ben curato e ben vestito: insomma, ingentilito.
Uno dei primi a tornare fu Antonio C. (nostro tzeraccu massaiu). Lo ricordo per un dettaglio curioso, che mi fu raccontato da mia madre. Qualche settimana dopo la sua partenza, arrivò a casa sua (com’era d’uso) un pacco postale, inviato dal Distretto Militare, con gli abiti civili del richiamato. La mamma, una donna ormai vecchia, aperto il pacco, distese i vestiti sul letto, e inginocchiata lì vicino, piangeva e gridava a gran voce, tanto che la sentì (e accorse) tutto il vicinato: “It’arrori m’ha costau! Su croxiu a mèi e su pappu a su rèi!” (= Che guaio m’è accaduto! La buccia a me e la mandorla al re!)
Tornò (ma dall’inferno!) anche Orlando C. Irriconoscibile. Uno scheletro ambulante, lui che partì florido ed aitante, forte come un toro. Ma purtroppo aveva avuto la disavventura di finire in un lager nazista, dove si praticava la soppressione sistematica di ebrei, zingari, ed altri malcapitati. Di Orlando, che vedevo ogni sera al bar, ricordo i suoi racconti; se non avessi già visto tanti documentari di guerra, non li avrei creduti. Cose indicibili, infernali. La sua fortuna consistette proprio nella sua forza fisica, che nonostante il progressivo decadimento dovuto all’inedia, all’insonnia, all’immanente terrore di una fine atroce, tardava a scomparire; sì che lui e pochi altri fortunati venivano spesso adibiti dai carnefici al disgaggio dei cadaveri dalle docce al cianuro. Fu proprio lui (che ovviamente raccontava in dialetto), a usare questo vocabolo minerario: “Si mandànta a disgaggiai is mortus”. Solo per questo, gli fu temporaneamente risparmiata la doccia. Dopo arrivarono i liberatori.
Di Orlando, voglio raccontare un’altra cosa strana e quasi incredibile, se non vi avessi assistito tante volte. Siccome abitavamo a poca distanza l’uno dall’altro, ogni sera, verso le 10 o anche più tardi, venivamo via dal bar assieme. In quel tempo il paese, a quell’ora di notte, era immerso in un silenzio quasi irreale. Non esisteva traffico di mezzi. Si sentiva solo l’abbaiare di qualche cane o il passo di qualche nottambulo. Lui raccontava volentieri le sue peripezie, ma quasi sottovoce, sapendo che io volentieri le ascoltavo. Andavamo a passo lento. Improvvisamente si fermava in mezzo al vicolo, le lunghe braccia ciondoloni, il respiro calmo, lieve. Dormiva! La prima volta che capitò, mi spaventai: temevo che cadesse lungo disteso per terra e si facesse male, e così lo risvegliai. Mi disse che si sarebbe svegliato spontaneamente dopo qualche minuto, ma che non sarebbe caduto. Mi spiegò il fenomeno in poche parole. Si era abituato nel lager a dormire a piccole dosi, ma di un sonno in qualche modo vigile, “perché quelli ti potevano saltare addosso in qualunque momento e trascinarti alla doccia”.
L’ultimo reduce di cui voglio parlare non era un mio paesano. Lo conobbi nell’autunno del 1945 ad Oristano, dove mi ero trasferito per frequentare il liceo. Si chiamava Ciberti; il nome non lo ricordo. Venne per trovare un suo cognato, imprenditore viareggino, che ad Oristano aveva in appalto la costruzione di strade. Ciberti era rientrato già da qualche mese dalla guerra, anzi dalla prigionia. Venne catturato nel 1942 in Africa dagli inglesi, e siccome era ufficiale, venne internato in un grosso campo di concentramento, allestito in India proprio per gli ufficiali fatti prigionieri. E questa fu per lui una fortuna. Infatti nel campo si trovarono in gran numero molti intellettuali, professori universitari e studiosi delle più disparate discipline. Questi signori, consci che moltissimi giovani ufficiali prigionieri avevano dovuto interrompere gli studi accademici perché chiamati alla guerra, affinché non andasse disperso tanto vasto patrimonio culturale, col beneplacito del Comando inglese organizzarono dei veri e propri corsi di studi universitari in varie discipline. Ciberti frequentò uno di tali corsi. A guerra finita, i corsi vennero riconosciuti validi dal governo italiano ai fini della laurea. Ciberti ebbe così la sua brava laurea in giurisprudenza.
La sua doveva essere una visita breve, ma ci fu un imprevisto. Ciberti era un bell’uomo aitante coi baffetti alla Adolphe Menjou, e una sera gli fu presentata una spilungona, stagionata, con un occhio che a me pareva decisamente strabico. Lei si invaghì all’istante del giovane toscano e lo faceva trasparire in modo quasi sfacciato. Lui ricambiò l’apprezzamento, anche perché venne subito a conoscenza del fatto che la signorina era una delle più ricche ereditiere oristanesi. Quindi la permanenza ad Oristano si prolungò. Dimenticavo di dire che Ciberti alloggiava in una stanza vicino alla mia, in Via Lepanto.
Ogni volta che stavamo un po’ insieme, ovviamente lui mi parlava di lei. Un giorno mi disse:
“Non trovi che sia tanto affascinante anche per quel po’ di strabismo?”
Per non contrariarlo, risposi:
“È ben per questo che gli intenditori parlano di strabismo di Venere”.
Finì che si sposarono, e fu una cerimonia sfarzosa e solenne, per quei duri tempi.
Potrei parlare a lungo anche di tanti altri miei conoscenti, reduci dalla guerra; ma preferisco non farlo. Certe cose, infatti, è meglio che restino nell’oblio. La guerra spesso abbrutisce l’uomo, e le circostanze di estrema difficoltà e necessità possono trasformare il più pacifico cittadino in un mostro feroce e disumano.
25 agosto 2004